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L’Agricoltura Sociale: fattore umano e sostenibilità ambientale-Cooperativa Caresà (PD)

Caresà: cooperativa sociale agricola – quando il fattore umano si unisce alla sostenibilità ambientale

Brugine, Padova – Marzo 2018

E’ un pomeriggio primaverile da manuale: profumo di erba appena tagliata, fioriture di alberi da frutto ed un sole tenerissimo che elargisce luce oltre misura, allungando le nostre giornate.

Insomma l’ideale per andare in giro per la campagna padovana che mi circonda da qualche giorno e scoprire cosa altro ha in serbo per me.

Così monto in sella alla mia formidabile mountain bike (presa in prestito dal magazzino degli attrezzi) e vado all’appuntamento con Sara, socia fondatrice della Fattoria Sociale Agricola Caresà che si è resa disponibile nel mostrarmi la struttura e raccontarmi della loro storia.

Caresà è un luogo speciale dove il cibo biologico è molto più che sano nutrimento, è lavoro e dignità a coloro che meritano un’altra opportunità.

Una testimonianza forte che si può fare impresa e profitto pur mantenendo alto il fattore umano del lavoro e la sostenibilità ambientale della produzione agricola. Di seguito l’intervista raccolta.

  • Ciao Sara, ci racconti dove siamo?  Siamo a Brugine, nella fattoria sociale agricola Caresà: una cooperativa sociale di tipo B nata circa dieci anni fa con lo scopo di dare lavoro a soggetti con disabilità e svantaggio sociale.  Ci occupiamo di percorsi legati alla carcerazione attraverso attività riparative, messe alla prova o affidamenti in prova ai servizi per persone agli arresti domiciliari; percorsi legati al disagio psichiatrico o a disabilità intellettive e fisiche.
  • Come avviene la presa in carico del soggetto in difficoltà? La conoscenza delle persone può avvenire direttamente tramite le famiglie o attraverso i servizi. Attiviamo di volta in volta percorsi anche molto diversi tra loro. Un invio può essere per esempio, attraverso il SIL – il servizio di inserimento al lavoro –  che fa capo all’ULS e che coadiuva nei casi più difficili il centro per l’impego categorie protette nell’avvio di percorsi di formazione orientamento e integrazione sociale attraverso i tirocini.  Talvolta poi, se vi sono le condizioni ottimali, alcuni tirocini si trasformano in contratti di assunzione.
  • Cosa significa “lavorare” per le persone che hanno questo genere di disagio? Quando parliamo di integrazione sociale parliamo di adulti particolarmente fragili e segnati dal proprio percorso di vita.  Con queste persone dunque l’obiettivo del lavoro inteso in senso classico non c’è più da parte del servizio, ma c’è il raggiungimento di alcuni obiettivi individuali come: l’autonomia personale, la capacità di stare in gruppo, il miglioramento di alcune abilità manuali/spazio temporali ed il rafforzamento delle proprie capacità organizzative quotidiane e di vita.

    Una serra a coltivazione biologica
  • Quali sono le attività in cui le persone che arrivano da voi vengono coinvolte? Qui siamo completamente dedicati all’orticoltura biologica: il lavoro per noi è lo strumento educativo. Non c’è un educatore che segue i più fragili mentre altri lavorano, ma tutti lavorano alla stessa produzione. Negli anni abbiamo imparato a frazionare il lavoro in modo da poter avere delle fasi più semplici e standardizzabili dove chi ha minori capacità può comunque intervenire ed integrare. Ad esempio, mi viene in mente una persona adulta di 60 anni con un vissuto difficile alle spalle, problemi di tipo motorio e relazionale, che altrove non riuscirebbe neppure a fare fotocopie in maniera corretta, dopo un percorso rieducativo attraverso l’orticoltura, oggi è capace di coadiuvare il lavoro del gruppo in alcune fasi della produzione, sostenendoci nella raccolta degli ortaggi (porta il secchio, sposta le cassette, le mette sul trattore). Attività che per una persona “qualunque” possono sembrare banali, per lui rappresentano il possibile. Perché il compito affidatogli è sempre alla sua portata. In questo modo il lavoro viene vissuto come un insieme di compiti realizzabili, che danno la possibilità alla persona in difficoltà di avere un obiettivo al mattino quando si sveglia. Qui si sente parte di un gruppo e di un progetto più ampio. Similmente con i ragazzi giovani e con disagio psichiatrico, si parte da mansioni semplici, per poi cercare di evidenziare piano piano se ci sono delle capacità specifiche o anche dei desideri particolari da parte loro su cui poter lavorare. Dal momento che l’agricoltura non è per tutti, da pochi mesi, abbiamo pensato di ampliare la gamma di esperienze lavorative sperimentabili, offrendo anche un servizio agrituristico ristorativo. Dove evidenziamo delle capacita, dei desideri, dei moti nelle persone, cerchiamo di realizzarle e dove si può si arriva poi all’assunzione.
  • Prima di avviare Caresà voi soci fondatori cosa facevate? L’assistente sociale, l’ingegnere aerospaziale, il sacerdote ed un coltivatore diretto. Tutti gli altri eravamo senza alcuna esperienza agricola.
  • Da dove nasce il desiderio di lavorare la terra? Nonostante non mi dispiacesse il mio lavoro (facevo l’assistente sociale in comune, oggi continuo a farlo, sono rimasta iscritta all’albo ed investo tanto in corsi di aggiornamento) mi sono licenziata perché volevo fare un lavoro a contatto con la natura. Sentivo fortissima l’attrazione per la terra.
  • Da dove siete partiti per avviare il progetto? L’unica idea possibile che mi era venuta in mente per dar vita al progetto era attivare la mia rete sociale, così ho convocato un incontro con una trentina di persone che a vario titolo potevano avere un qualche interesse per questa iniziativa. Sapevo che se volevo dare gambe al progetto non potevo fare da sola, non poteva rimanere un progetto individuale, dovevo cercare altre persone che la pensavano come me, che potessero in qualche modo darmi una mano con le loro conoscenze o la loro rete.  Di trenta persone contattate poi ne siamo rimaste in tre, a cui negli anni se ne è aggiunta un’altra. Da qualche mese un altro amico che ha sempre sostenuto indirettamente il progetto ha chiesto un’aspettativa dal lavoro (in banca) per provare a capire se anche lui può cambiare vita e lavorare qui con noi al 100%. Ovviamente sono scelte che smuovono tutta una sere di dinamiche personali e che richiedono tempo.

    Inaugurazione punto vendita con Pietro (leggi articolo “33 metri di libertà- vivere in una yurta”)
  • Che tipo di coltivazione promuovete? Ci teniamo a realizzare un’agricoltura di tipo biologico fortemente concentrata sulla fertilità del suolo e sulla varietà degli insetti e delle piante accompagnatrici infestanti. Cerchiamo che sia un’agricoltura il meno impattante possibile. Per quanto abbiamo la consapevolezza che qualsiasi atto umano vada ad introdurre un elemento di “disturbo” di quello che sarebbe il respiro primordiale della natura, cerchiamo comunque di promuovere un’agricoltura che sia un percorso di vicinanza possibile tra uomo e natura.
  • Cosa intendete per agricoltura biologica e sociale? Non lasciare indietro chi fa più fatica. Fare impresa e procurarsi un reddito per vivere dignitosamente tenendosi per mano con chi ha bisogno di qualcuno che faccia un pensiero in più anche per lui. Non lavorare insomma pensando solo per se. Un’agricoltura sociale è un’agricoltura dove il biologico non è tanto una necessità commerciale, ma è la strada per ricollegarsi all’ambiente. Qui noi si tenta di essere una realtà del territorio, affacciata alle famiglie, alle persone parte di un contesto.
  • Che cosa hai guadagnato da questa scelta? Soldi pochissimi (e ride) se pensi che lavoriamo 50-55 ore a settimana per uno stipendio di 1300 euro al mese… Però siamo fortunati e le cose vanno bene, abbiamo soldi per tutti e ora siamo 11 dipendenti in tutta la cooperativa. Il vero guadagno è ciò che ho ottenuto in termini di crescita personale: rapportarmi con enti burocratici, amministrazioni, banche, in quanto presidente, mi ha dato la possibilità di affacciarmi al mondo imprenditoriale, facendo un tipo di economia non capitalistica, che io amo definire economia di comunità.  Fare impresa, ma in un modo diverso. Bello e difficilissimo. La possibilità di incontrarmi con una varietà di umanità che permette alla mia stessa umanità di crescere. E non ultimo, anzi direi in primis, lavorare in un posto che ti dà colori. Quello di cui sento proprio il bisogno la mattina quando mi sveglio e che vengo a cercare qui quando arrivo a lavoro sono le forme e i colori della natura, di tutti gli esseri viventi che ti circondano e degli orizzonti che qui –  fortunatamente – ancora si possono apprezzare.  Ecco di tutto questo non potrei più fare a meno.
  • A chi vuole avvicinarsi a questo mondo (aprire un’azienda biologica, un agriturismo o avviare un’attività a contatto con la natura) cosa suggerisci? Direi che deve considerare innanzitutto bene un fatto: non è una scelta professionale, è una scelta di vita. Se vuoi fare bene l’agricoltore biologico, allora devi mettere in conto che dovrai frequentare bene e tanto le piante. Devi accettare una sobrietà nella vita e il fatto che la natura comanda i tuoi tempi. Il tuo reddito dipende da quanto tu sarai capace di relazionarti bene con la natura, da quanto sarai capace di dedicarti a un territorio e conoscerlo. Certo poi le variabili ci sono e anche gli imprevisti non mancano. Fondamentale per noi puntare su un biologico locale, del territorio e infatti la vendita diretta non è mai stata messa in discussione. E poi chi vuole fare questo lavoro deve fare rete: è finito il tempo di fare agricoltura da soli. Mi capita spesso a fiere o convegni di settore di incontrare dei ragazzi che ereditano dal papà aziende di famiglia e fanno fatica perché restano soliEcco da soli oggi non si fa più niente. Se uno vuole fare questa scelta deve mettere in conto di fare una scelta sobria, condivisa e di dedizione. Non credo che si possa fare questo lavoro pensando di finire alle 5 del pomeriggio e continuando ad andare in vacanza ad agosto. Vai in vacanza quando puoi e soprattutto quando la natura te lo permette.
  • In che termini sensibilizzate il territorio ad un consumo critico e consapevole degli alimenti? All’inizio eravamo nei mercati e giravamo sul territorio, poi abbiamo deciso di aprirci alla vendita diretta ed il territorio ci ha seguito molto bene. A dicembre abbiamo inaugurato un piccolo agriturismo dove assaggiare i nostri prodotti e chi è venuto è già ritornato. Organizziamo corsi di orto familiare biologico, seminari di alimentazione consapevole con esperti nutrizionisti. Abbiamo sempre voluto che le persone ci vivessero come uno ambiente aperto dove è possibile non solo comprare un cavolo, ma anche vedere come nasce la pianta, fermarsi a gustarla, scoprirne nuove ricette, godersi il verde giocando con i figli all’aria aperta. Volevamo insomma che le persone, non solo comprassero i nostri prodotti, ma vivessero il luogo da cui hanno origine. Offrire uno spazio di vendita che fosse anche relazionale
  • Che cosa è per te la sostenibilità? Fare in modo che la mia presenza non vada ad appesantire la natura o la vita delle altre persone. È andare a letto la sera e prendere sonno tranquillamente, senza difficili digestioni, senza ansie eccessive.

    Galline in libertà (si spostano in una casetta mobile per cambiare ogni settimana campo)
  • Tre piccole cose che ognuno di noi può fare per rendere il (proprio) mondo più sostenibile?
  1. Ridurre la solitudine: trovare la strada per parte di un gruppo di persone che sostengono qualcosa che ci appassiona, che per noi è caro. Non chiudersi, non defilarsi.
  2. Continuare costantemente ad interrogarsi: io non sono per gli slogan del tipo “l’impegno parte con le singole azioni quotidiane” perché anche a me, a chiunque, capita di fare delle “microcazzate” ogni tanto. Io sono per restare aperti e leggere, informarsi. Perché solo quando capisci veramente una cosa, poi ti scatta dentro il desiderio di cambiare. Non deve essere un obbligo (quello crea solo sensi di colpa e frustrazioni) ma una ricerca costante di comprensioni.
  3. Fare grandi passeggiate e prendersi il tempo per sentirsi importanti, ma non indispensabili.

Per maggiori info sulla loro storia e le iniziative in atto visita il loro sito web www.caresa.it

E se ti va condivi con la tua rete questa straordinaria testimonianza di un’economia di comunità.

Ps. Se vuoi, puoi seguire le mie avventure anche su Facebook  ed  Instagram oppure continuare a leggere i miei articoli sul Blog

A presto!

AleT

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