IL VIAGGIO

EcoViaggio – tappa 7: Trulli, ulivi e muretti a secco – Cisternino (BR)

EcoViaggio – settima tappa:

Trulli, ulivi e muretti a secco – Cisternino (BR)

Fine Maggio 2018

Dopo circa un mese in Sicilia sono risalita lentamente lungo lo stivale in bus passando per Trapani, Palermo, Messina, Reggio Calabria, Taranto, Bari, Brindisi fino ad arrivare all’alba del giorno dopo ad Ostuni.

13 ore di trasferta, 4 cambi tra corriera, bus, treno ed un’altra corriera per mantenere il meno impattante possibile a livello ambientale i miei spostamenti durante il tour #sostenibileperme e sperimentare l’esperienza del viaggiare lentamente.

L’auto, subito dopo l’aereo, resta un mezzo ad alto impatto ambientale e quando possiamo vale la pena evitarla.

Il tempo per sé ed il panorama che si guadagna è imparagonabile. Per non parlare poi dell’aereo, un mezzo “schizofrenico” se ci pensate, che alla velocità della luce ci spinge da un lato all’altro del globo, senza farci capire quanti km abbiamo macinato durante la trasferta.

Forse ne ho presi troppi di aerei, o forse ho accumulato troppa velocità in questi primi 34 anni di vita e ora non ho tempo di avere fretta.

Sono arrivata ad Ostuni, la città bianca, in una freschissima mattinata di maggio, assaporando gli odori ed i profumi delle sue buganvillee in fiore.

Un luogo incantevole, senza eguali. Dove il tempo sembra essersi fermato. Qui ho soggiornato come wwoofer circa dieci giorni presso una coppia di persone che da oltre 20 anni apre le porte di casa propria ad artisti provenienti da ogni angolo del mondo per realizzare sessioni delle più svariate discipline: dal Kundalini Yoga al Qi Gong, dal Tai-Chi al teatro sperimentale, dalla contact improvisation al Kung-Fu.

Nei giorni trascorsi in questa terra ho scoperto che questa zona della Puglia è una sorta di “ombelico del mondo: francesi, tedeschi, americani, inglesi hanno preso casa qui per trascorrervi settimane, mesi alcuni, soprattutto, i pensionati per viverci stabilmente.

Strana la vita, penso: noi giovani italiani che emigriamo altrove rincorrendo chissà quale futuro/destinazione speciale ed i pensionati dall’estero che scelgono il sud Italia per trascorrere qui la propria terza età (se qualcuno di voi ha una sua teoria sul perchè le cose girano così, prego, si faccia avanti nei commenti!).

I paesini in questa zona d’Italia sono piuttosto piccoli, non godono di tanti servizi e sono quasi isolati gli uni dagli altri. Vivere quest’angolo di mondo, senza macchina, né bicicletta è stata un’esperienza impegnativa che mi ha stimolato non poche riflessioni. Il paesino più vicino era a circa 8 km e non c’era alcuna corriera manco a pagarla oro. Spostarsi con i mezzi pubblici qui è davvero faticoso, se non impossibile. Alcuni tratti di strada sono collegati dalle corriere solo durante la bella stagione.

Non ti spieghi dunque chi si trasferisce qui da cosa sia attratto. L’assoluto silenzio?

La possibilità di contemplare ore ed ore la natura senza che nulla attorno interferisca?

Forse è questo quello che uno cerca arrivato qui… Poi cosa vi trova è tutto da scoprire.

Nel silenzio si può sentire. Ogni cosa è amplificata. Quello che c’è dentro e quello che c’è fuori.

Solo tu ed una distesa infinita di ulivi, trulli, muretti a secco. “Sembra il paradiso, vero?! Eppure ti assicuro che può trasformarsi nel peggiore degli inferni” disse una volta il mio host, lasciandomi senza parole per una simile affermazione (dopo poco ne ho compreso pienamente il senso).

Non basta la bellezza di un luogo a farne un posto meraviglioso, sono le relazioni che vi abitano a farne la differenza. Il paradiso lo fanno le persone: quando ti accolgono, quando si “preoccupano” di te, quando ti dedicano il giusto tempo e ci mettono una genuina curiosità nel conoscerti, quando hanno sinceramente voglia di metterti a tuo agio.

Le relazioni, possiamo dire, sono il vero meteo di un luogo, ne dettano il bello ed il cattivo tempo.

Mica facile? Accettare le differenze reciproche, non giudicarsi dalle apparenze, rispettare l’altro così com’è.

Darsi del tempo per imparare a conoscersi.

La Valle d’Itria è di un azzurro accecante che ti riempie gli occhi di luce, ma a volte può farti venire anche dei gran mal di testa.

Ho scelto questo luogo attratta dal fascino artistico e dai racconti sulla “sostenibilità” promossi sul loro sito web. Volevo capire cosa accade quando più persone provenienti da ogni angolo del mondo si incontrano per produrre musica, ballo, teatro, danza… Di tutto.

Casina Settarte, il nome dell’associazione culturale che la famiglia ospitante ha dato a questo “progetto” è un centro di aggregazione, ma non è un centro culturale vero e proprio, perché quando non ci sono workshop in programma non è aperto al pubblico. E’ un insieme di persone che per un breve periodo di tempo vivono insieme, ma non è un eco-villaggio o un co-housing; perché la famiglia che organizza i seminari mette a disposizione gli alloggi che ha attorno alla propria abitazione solo per brevi periodi di tempo e sempre legati ad un workshop. Si viene qui a pagamento o come volontario per supportare le attività quotidiane dei proprietari.

Qui ho capito che non bastano gli spazi “comuni” per generare un senso di comunità.

Ci vuole il desiderio dell’incontro.

Questa terra, mi dicono, è soggetta a lunghi periodi di siccità. Ci sono una serie di “regole” sparse qua e là per ricordare agli ospiti di centellinare ogni goccia di acqua. Quando si fa la doccia si lascia un secchio accanto ai piedi e con l’acqua raccolta si scarica il wc. I piatti li si lavano usando due bacinelle (una con detersivo disciolto e l’altra con acqua della cisterna). Attorno agli alberi da frutto ci sono dei solchi e dei secchi per raccogliere l’acqua piovana che vi si deposita e riutilizzarla nei periodi in cui non piove a lungo. Piccoli gesti che ho apprezzato e fatto tesoro una volta ripartita da qui.

Poi però mi sono imbattuta anche in una scelta, a mio avviso poco sostenibile, quella di costruire una piscina (perché è quello che si aspetta il turista). Una contraddizione grande, che posso capire, ma non condividere soprattutto in un luogo che si fa promotore di buone pratiche nel campo dei consumi idrici.

Ho vissuto circa dieci giorni in questa struttura in qualità di wwoofer, ossia come volontaria in cambio di vitto e alloggio e soprattutto in cambio di uno scambio culturale- aggiungo io.

Mi aspettavo di trovare un orto, coltivato nel rispetto dei principi della permacultura, come si annunciava dal sito (e come ci si aspetta da un luogo destinato al wwoofing). Invece, arrivata qui, scopro che l’orto non si fa più perché non si ha del tempo a disposizione per starci dietro e che il grande lavoro da fare ora è sistemare il giardino attorno alla piscina.

Non c’è tempo? Neanche in campagna? Ma allora ditemi voi dove è andato a finire questo bene prezioso, che tutti noi lamentiamo….

Se scegli di vivere in campagna e di godere dei propri frutti, metti in conto che dovrai dedicare molto del tuo tempo ad essa. Non è detto che qui avrai più tempo a disposizione per te.

A quanto pare, a qualunque latitudine l’uomo è capace di farsi risucchiare dalla routine, dall’ansia di raggiungere i propri obiettivi, dal rincorrere le cose.

Anche in campagna è un attimo che il tempo vola via e si accumula lo stress.

Secondo la rete Wwoof il volontario dovrebbe garantire 6 ore di wwoofing al giorno e godere di un giorno di pausa ogni 6 giorni di attività. Laddove c’è fiducia ed onestà reciproca da parte dell’host e del wwoofer, non si sta con l’orologio alla mano a controllare l’orario, il tempo e le attività sono gestite con fluidità.

Ci si diverte, tutto è preso con leggerezza, con filosofia. Si fa quel che si può.

Laddove c’è fiducia, ecco. Questo è il punto. Talvolta poi becchi un host che ha accumulato tutta una serie di esperienze negative da parte di chi ha approfittato dello strumento wwoofer, facendosi delle vacanze low cost e sconti la pena di un atteggiamento diffidente.

La diffidenza genera sospetto, che genera frustrazione, che genera chiusura.

Essere Host (ossia colui che ospita) significa ospitare nuove persone e condividere con loro il proprio stile di vita, nel rispetto della natura e della persona stessa.

Non significa ricercare manodopera gratuita o limitarsi a fornire vitto e alloggio.

Essere Host significa condividere volentieri le proprie scelte ed abitudini alimentari; non limitarsi a fare la spesa e cucinare per sé – gli altri poi si arrangiano.

Essere Host significa proporre un buon equilibrio tra impegno e tempo libero e mettere quindi il wwoofer nella condizione di poter vivere l’esperienza di scambio anche come la possibilità di scoprire i luoghi che lo ospitano. Non significa avere troppo da fare al punto da non poter dedicare tempo all’altro.

Quando arrivi a questo punto, fai bene a fermarti e chiederti se davvero vuoi proseguire in questa attività.

Ospitare persone da tutto il mondo, immagino non sia proprio una passeggiata: richiede tolleranza, apertura e curiosità.

Se una delle tre cose viene meno non ci sono più le condizioni per costruire una relazione armoniosa e lavorare bene insieme.

Non vi nascondo che ho scritto questo articolo a più riprese, perché faccio fatica a raccontare di esperienze poco felici e far dispiacere qualcuno. Ma raccontarvi della mia esperienza comporta anche questo, dire talvolta cose scomode.

Chiacchierando con Marco, un ragazzo siciliano incontrato lungo il viaggio dopo qualche settimana da Cisternino, mi ha fatto capire che dovevo affrontare questo scoglio e raccontare delle mie esperienze, anche quando non è quello che gli altri si aspettano. Perché diversamente non sarebbero vere.

Limitarsi solo a dare voce alle cose positive che ho vissuto, finirebbe per distorcere la realtà, idealizzandola.

Non voglio far passare il messaggio che sto incontrando solo posti fighi e bellissimi, abitati solo da persone perennemente felici, realizzate e positive. Quando non è così.

Non è mia intenzione né criticare, né giudicare, né passare ai voti. Non vi siete di certo imbattuti, leggendo questo blog, nel tripadvisor dei “posti ecosostenibili” d’Italia!

Lungi da me voler fare una “recensione” oggettiva delle “strutture ecosostenibili” ad oggi conosciute.

Quello che provo a fare, ogni volta che mi avvicino al pc per scrivere è raccontarvi ciò che ho visto, ciò che ho percepito, come mi sono sentita.

Sono partita da Milano quattro mesi fa per sfatare il mito della campagna idilliaca: capire, sperimentandolo sulla mia pelle, se chi ha scelto la quiete rurale è davvero più felice di chi ha scelto di rimanere nel “caos” urbano.

Ni. La verità, come sempre, sta nel mezzo.

Non basta vivere in campagna, vicino al mare, immersi nel verde, per poter essere felici.

Non basta avere un orto da coltivare per poter essere grati alla terra che ci sta donando quel cibo.

La sostenibilità è a quanto pare un insieme di azioni quotidiane che richiedono un livello di consapevolezza interiore costante e la voglia di mettersi in discussione. Sempre.

Ognuno di noi, con molta onestà, può interrogarsi sugli effetti delle proprie azioni. Riflettere e decidere in scienza e coscienza come proseguire la propria giornata, ponendosi in relazione a sé, a l’altro e all’ambiente.

Basta poco per non rispettare i criteri della raccolta differenziata, per sprecare il cibo a fine pasto, per comprarne in eccesso e farlo scadere, per non dedicare le giuste attenzioni alle persone che ti circondano, per essere completamente centrato su di te, perdendo il senso dello stare insieme.

Tutte azioni che ora più che mai – per quanto mi riguarda – non posso e non voglio più tollerare.

Perché messe insieme – le una accanto alle altre – danno forma ad una disarmonia generale da cui voglio prendere le distanze, perché non è più sostenibile per me.

Ogni giorno ci riserva una piccola “prova di sostenibilità”, a noi la scelta di come affrontarla.

 

Ps. Se vuoi, puoi seguire le mie avventure anche su Facebook  ed  Instagram oppure continuare a leggere i miei articoli sul Blog

A presto!

AleT

 

 

 

 

 

 

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