IL VIAGGIO

EcoViaggio-tappa 9: Urupia, una comune libertaria nel Salento

Ecoviaggio – tappa 9: Urupia, una comune libertaria nel Salento

Giugno 2018 – Francavilla Fontana (BR)

Oggi vi racconto di Urupia, una comune libertaria in Puglia, nell’alto Salento a Francavilla Fontana, un paesino a metà strada tra Taranto e Brindisi che dal 1995 sperimenta un altro modo di fare economia, intendere il lavoro e vivere insieme.

Qui vi riporto l’intervista fatta a Gianfranco, una delle comunarde storiche del progetto – ormai non più utopico – di comune libertaria. Gianfranco, come altre comunarde, ha deciso di lasciare il proprio lavoro 23 anni fa, un appartamento in centro a Lecce e le classici abitudini consumistiche proprie del mondo capitalistico, per provare a realizzare un sistema virtuoso di economia circolare fondata sull’autoproduzione, la condivisione collettiva delle risorse ed il baratto.

Ho trascorso una settimana ad Urupia e mi si è aperto un mondo. Sperimentarne in prima persona le regole interne, la vita in gruppo, i ritmi del tempo è stata un’esperienza forte, arricchente, che mi ha lasciato non poche riflessioni su come io stessa concepisco il lavoro, il denaro, la casa.

Mentre ero lì, con me c’erano anche altri ragazzi ospiti della comune, ed è stato estremamente stimolante interrogarci a vicenda su tante cose osservate: la gestione di una riunione, l’assegnazione dei turni di lavoro (orto, forno, oliveto, cucina, ecc…), il processo decisionale fondato sul consenso unanime. Ogni cosa qui funziona su base volontaria: le relazioni, il lavoro, i ritmi, le scelte. Come sarebbe vivere così “per sempre”? E’ possibile replicare altrove questo modello di convivenza? Davvero siamo tutti in grado di abbandonare il concetto di proprietà privata? Che “prezzo” comporta sganciarci dal sistema consumistico e renderci il più autosufficienti possibile? Che cos’è in fondo la libertà?

Marmellata di albicocche insime agli “ospiti viandanti”, come me

Sette giorni in una comune libertaria e ti si apre un mondo di riflessioni, osservazioni, consapevolezze, domande. Una su tutte: ognuno di noi può attivarsi per compiere la sua piccola rivoluzione. Non è un’utopia.

Dietro le scelte compiute ogni giorno senti che ci sono dei valori forti. Insieme le comunarde si sono date  delle regole interne che il tempo ha dimostrato essere efficaci, funzionali, a mio avviso, sane.

Qui di sotto l’intervista fatta a Gianfranco, la sua visione della comune, le motivazioni che lo hanno spinto a fare una scelta così “trasformativa” e cosa significa per lui essere più sostenibili a questo mondo.

  • Ciao Gianfranco, che cosa facevi prima di intraprendere quest’avventura?

Lavoravo come dipendente a Lecce ed ero impegnato con un gruppo anarchico in attività socio-politiche sul territorio. E’ nell’ambito di questo gruppo che abbiamo iniziato a chiederci se volevamo provare a mettere davvero in pratica quello che ci girava per la testa o continuare solo a pensarlo.

  • Che cosa ti ha spinto a lasciare la tua vecchia vita e decidere di vivere in una comune?

Prima a Lecce stavo bene, avevo il lavoro, avevo una casa, stavo in affitto, ero sotto padrone, non mi potevo lamentare. Stavo bene, ma non ero felice, non mi bastava. Volevo provare a realizzare sogni e utopie: non limitarsi più solo a dire alla gente di praticare l’autogestione, mettere in discussione il ruolo del padrone, smettere di pagare gli affitti per arricchire poche persone. Mi mancava il fatto di dire io non sono con questa organizzazione sociale. Devo trovare un modo per cambiarla, se non posso cambiarla per tutti, la cambio per me. Così ci siamo detti, invece che criticare qualcosa, proviamo a creare qualcosa.

  • Quali sono stati i primi passaggi che avete compiuto per avviare questa iniziativa?

Abbiamo cercato di capire come crearsi un’economia fuori dal mercato entrando in contattato con la Mag6 di Reggio Emilia un circuito di economia alternativa, di cui siamo diventati soci (una i credito etico grazie al quale i comunardi hanno ottenuto un mutuo per avviare i lavori di ristrutturazione della cascina dove oggi risiedono). Il desiderio di creare una comune ha preso forma negli anni 90’ in Salento anche grazie all’incontro casuale avvenuto con un gruppo tedesco di libertari/libertarie che facevano parte di movimenti più variegati (autonomia, antinucleare, femminista, etc). Con loro abbiamo trovato affinità, obiettivi comuni e piano piano ha preso forma il progetto di comune libertaria, Urupia (qui spiego il significato della parola).

  • Quali sono state le principiali difficoltà che avete incontrato e come le avete affrontate?

La prima difficoltà è stata sicuramente di tipo economico: siamo partiti da zero, nessuno di noi era ricco, avevamo solo qualche risparmio che abbiamo messo insieme, ma non bastava per avviare il progetto. Occupare una struttura o prenderla in comodato d’uso non era una soluzione che ci garantiva una prospettiva a lungo termine. Così ci siamo rivolti alla Mag6 di Reggio Emilia per chiedere un mutuo e poi abbiamo girato l’Italia e la Germania per promuovere il progetto e raccogliere donazioni. Abbiamo ottenuto un sostegno enorme, non solo economico, molte persone si sono offerte di aiutarci, mettendo a disposizione della comune risparmi, offerte e le loro competenze: elettricisti, muratori, gente che poteva aiutarci con le mani, in molti hanno partecipato alla nascita di questo luogo. Urupia non è nata con i soldi di chi l’ha fondata, né con presti bancari, né con agevolazioni economiche o finanziamenti statali, è nata grazia ad un circuito di scambi solidali che si è creato attorno al progetto. L’altra difficoltà – non da meno –  incontrata per intraprendere la comune è stata creare delle basi solide su cui fondare il nostro progetto di convivenza: abbiamo impiegato circa tre anni di seminari, incontri, scambi e ricerca del posto prima di arrivare a scegliere questa masseria (a suo tempo completamente abbandonata e in decadenza) e dare forma alla comune.

  • Puoi raccontarci della comune libertaria, quali sono le attività che svolgete al vostro interno?

Urupia è un laboratorio per sperimentare forme di vita alternative al modello sociale dominante. Forme di vita alternative dal punto di vista relazionale, sociale, lavorativo, gerarchico, organizzativo, di parità e di genere. Noi abbiamo le nostre idee, che stiamo provando a sperimentare, non è automatico che funzionino, o che funzionino per tutte (qui si usano le parole al femminile, per sottolineare la cultura di genere che c’è dietro una lingua). Per quanto mi riguarda non mi sento arrivato, mi sento sempre in partenza, sto ancora facendo un percorso.

  • Penso sia questa la vostra forza più grande, il “non sentirsi arrivati”, il non credere di aver trovato la soluzione a tutti i mali del mondo, ma provare a fare le cose e vedere se funzionano. Ci racconti da dove nascono le regole della comune, come ve le siete date?

Diciamo che ci siamo creati uno strumento per cercare soluzioni, ma c’è ancora tanta strada da fare. Nei tre anni antecedenti l’avvio della comune ci incontravamo ogni tre-quattro mesi per ritirarci in un posto (in campagna, al mare, in qualche masseria) e avviare delle riflessioni di gruppo su un tema (economia, lavoro, felicità, famiglia, denaro…). Per giorni interi provavamo a raccontarci come ognuno di noi concepiva il mondo; ad esempio si ragionava su come volesse che fosse il sistema economico, su come dovesse essere strutturato il lavoro all’interno della comune o come gestire il denaro e così via…Verbalizzavamo ogni cosa e poi provavamo a chiudere il cerchio per trovare una visione comune, che soddisfacesse tutti. Quando ci trovavamo tutti contenti su una definizione, quella diventava un punto e lo si fermava su un foglio. Da quegli incontri ne è nata la carta dei punti consensuali e la carta dei desideri e delle libertà. E’ in questo modo che siamo arrivati a darci delle regole, ad avere una visione comune, a ragionare su come volevamo che fosse la realtà e su come volevamo cambiarla. Ancora oggi a distanza di oltre vent’anni quei punti sono rimasti intatti e rappresentano le fondamenta sociali del nostro progetto di convivenza – vedi i Punti Consensuali del 1993

  • Della lista dei desideri e delle libertà di allora, oggi cosa senti di aver toccato con mano? 
La veranda dove si mangia, si socializza, si fa festa…

Aver capito di non avere più bisogno di una sicurezza economica mensile, non sentire più il bisogno di possedere una casa tutta mia per sentirmi parte di un luogo, capire che tutto quello che succede dipende anche da te, non solo dagli altri. Qui hai la possibilità di toccare con mano i conflitti, le relazioni difficili e non puoi delegarle a nessuno. Devi viverle in prima persona. C’è un senso di responsabilità più che diffusa, partecipata. Ricevere gli ospiti ci stimola tanto, ci mette sempre molto in discussione: chi arriva qui ti porta critiche, consigli, altri punti di vista. Talvolta ti porta anche dei riconoscimenti e a me basta questo per continuare a fare quello che sto facendo.

  • Parlami del principio del consenso all’unanime che rappresenta una delle vostre “regole interne”.

Le decisioni all’unanimità sono un aspetto importantissimo della nostra comune: maggioranza e minoranza creano discriminazione. Siccome io e lei abbiamo deciso così, tu ti attacchi al tram! Questo non ti fa essere curioso dell’altro e tu ti fissi sulle tue posizioni. Secondo il  Principio del Consenso,uno dei primi punti consensuali del settembre 1993: Ogni decisione riguardante la vita della comune nel suo insieme è presa dalle sue componenti secondo il criterio dell’unanimità. Non valgono all’interno della comune i criteri della maggioranza e della minoranza. Mentre il principio della maggioranza favorisce la fissazione sull’opinione individuale, ossia sulle proprie convinzioni, la concorrenza e i giochi di potere, il principio del consenso al contrario, incoraggia all’ascolto delle ragioni altrui, alla comprensione degli altri, al loro rispetto. Favorisce la riflessione sulla propria opinione e la capacità di abbandonarla o modificarla. Ascoltare l’opinione dell’altro non vuol dire per forza “questa persona ora mi vuole fregare”, vuole dire piuttosto ascolto quello che ha da dirmi perché può aiutarmi a capire qualcosa che da solo non avrei considerato.

Tutto questo in cosa si traduce? Pazienza, tanta e tempo. Ci sono volte che per prendere alcune decisioni impieghiamo mesi, ma poi quando l’abbiamo presa, ci sentiamo tutti leggeri. Sappiamo di non aver lasciato dietro nessuno col musone.

  • Cosa vi spinge all’accoglienza degli ospiti esterni, ad avere le porte aperte?

Se non fosse stata una comune aperta, credo che Urupia stessa non sarebbe potuta esistere, nè crescere. Sin da principio abbiamo voluto evitare di diventare un’isola felice o un luogo di chi bada solo al proprio “piccolo orticello”. Noi ci sentiamo più i custodi di questo posto, che i proprietari. Questo per me è una cosa importantissima. Spingiamo molto affinché gli ospiti che arrivano qui si assumano il prima possibile le proprie responsabilità, capiscano che non ci sono gerarchie, che ognuno è autonomo e responsabile delle proprie azioni. E’ importante che le persone si autogestiscano, che non si sentano subordinate a nessuno, che comprendano le regole del luogo, le attività da svolgere e si diano da fare sin da subito per essere autonome.

  • Riuscite ad autosostenervi (a livello alimentare-energetico- finanziario) o avete bisogno di fare anche altri lavori esterni per mantenervi?

In 23 anni è capitato solo in due casi che due comunarde abbiano deciso di svolgere attività all’esterno della comune. Con l’esterno avviamo prevalentemente rapporti di scambi, baratti, per il resto la comunità si mantiene con le attività della cooperativa agricola interna che produce olio, vino e prodotti da forno. Circa l’80 percento dei nostri prodotti vengono venduti direttamente, e senza mediazioni, a GAS. Da un punto di vista energetico siamo autosufficienti circa al 90%, ad eccezione del gas, produciamo sul posto acqua calda ed energia elettrica. Se siamo bravi a risparmiare sui consumi potremmo anche guadagnarci. Grazie ad un sistema di fitodepurazione delle acque, riutilizziamo anche le acque reflue. Dal punto di vista alimentare, quello che non riusciamo a produrre sul posto (come caffè, pasta, sale) lo prendiamo dai circuiti con cui abbiamo scelto di fare rete, barattando i nostri prodotti. Per esempio, abbiamo scelto di consumare solo il caffè proveniente dalla Cooperativa Malatesta un collettivo di Lecco che promuove un consumo critico, equo e solidale del caffè, attraverso una ricerca attiva di fornitori etici. Con loro abbiamo scelto di barattare il caffè in cambio dei nostri prodotti da forno, l’olio ed il vino. Per la pasta ci siamo scelti una cooperativa di Cremona, Iris di cui condividiamo le logiche produttive di non sfruttamento. Ove possibile, preferiamo sempre attivare relazioni di scambio: abbiamo trovato un’azienda che produce saponi naturali a cui diamo i residui del nostro olio d’oliva e loro in cambio ci danno i saponi per il corpo, anche questo fa parte dell’autosufficienza.

  • Che consigli daresti a chi vuole intraprendere un’avventura simile?

Lascia perdere! (scherza, ridendo). Secondo me una persona deve seguire i suoi sogni e i suoi bisogni. Non necessariamente deve fare una comune. La comune, o questa comune, non è la soluzione. E’ un’opportunità. Almeno per noi, per me è un’opportunità. Abbiamo messo su questo progetto e tutti possono venire qui a sperimentarlo per poi decidere se va bene o meno per loro. Non dirò mai alle persone che per risolvere i problemi del mondo bisogna fare una comune. Io ho scelto di fare una comune per risolvere il mio piccolo mondo e poi da lì parto, ma non posso dire a tutti che la comune è la soluzione.

Leccornie dal forno. Lavoro squisito!
  • A chi non vuole o non può lasciare la vita urbana, ma sente comunque il desiderio di vivere una vita più sostenibile, che cosa ti senti di suggerire?

Bella domanda, spesso ce la siamo posta anche noi. Molti ci han criticato la scelta di andare a vivere in campagna, come se scegliendo di fare una comune in città, avessimo avuto più possibilità di “scombussolare il sistema”. Personalmente avrei avuto molte difficolta a fare una comune in città per via dei ritmi che essa comporta. In una dimensione di campagna, fuori dalla frenesia urbana c’è più probabilità che i ritmi li scelga tu e che non vengano imposti dall’esterno.

  • Tre azioni quotidiane che ciascuno di noi (in città, in montagna, ovunque vive) può compiere per rendere questo mondo più sostenibile?
  1. Partendo dalla mia critica al modello sociale dominante una delle cose che secondo me bisogna mettere in discussione è la proprietà privata.
  2. Mettersi in discussione, quello che fai fuori in un collettivo, con i compagni poi magari non lo fai nel privato. Fuori parli di buone regole di consumo critico e poi dentro casa non le rispetti. Bisogna essere congruenti.
  3. Bisogna indignarsi dinanzi alle cose che non vanno. Solo l’indignazione smuove le coscienze.
  • Allora dici che fintanto  esiste il concetto di proprietà privata non possiamo fare scelte sostenibili a livello ambientale?

Secondo me no, perché credi che succedano i disastri? Perché esistono alcuni gruppi di soggetti (le multinazionali) che accaparrano le risorse e laddove un bene comune viene accaparrato succedono i disastri.

Pensaci, dove sta la felicità, se io devo lavorare per comprarmi una macchina per andare a lavorare?

Dobbiamo iniziare a chiederci di che cosa ho davvero bisogno? Cosa è necessario per me?

Non devo avere necessariamente un conto in banca per soddisfare bisogni come mangiare, bere o comprare che ne so le sigarette.

Ormai sono quattro mesi e mezzo che viaggio lungo lo stivale alla ricerca di realtà ecosostenibili e posso riconoscerne a naso l’autenticità o meno dei gesti compiuti. 

 Gli amici di Urupia sono le più “gagliarde” che ho incontrato ad oggi lungo il cammino…Avete fatto caso la scelta dei nomi tutta volta al femminile? Serve a farci riflettere su quanta “cultura di genere” si nasconde dentro una lingua…E quindi, involontariamente, dentro il pensiero di ciascuno di noi…

Qui  le cose sono come le vedi. Qualucuno una volta ha detto “Quando sei a Urupia spartire il pane non è un obbligo, è una condizione determinata da ciò che si è scelto e costruito. Non sempre ciò si rivela semplice o comodo, ma qui entriamo nel campo delle cose che il viandante, se vuole e se è capace, scoprirà da solo” (Cit. Giuseppe Aiello, Urupia).

Ps. Il 17-18 e 19 Agosto 2018 se siete in Puglia, vi consiglio di fare un salto al Festival delle Terre promosso ad Urupia  insieme agli amici di Genuino Clandestino, tre giorni per sperimentare la vita nella Comune, partecipando a incontri, dibattiti e documentari su Territori e (R)Esistenze. Potete anche fare camping, ma occorre sempre prenotare, soprattutto in quei giorni.

 

 

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2 Comments

  • Coppola Antonietta

    È un modo di viaggiare molto originale e diciamolo pure , accessibile a tutti! Cara Alessandra hai scelto la cosa giusta per te! Continua così! Tvb e ti seguo con affetto Antonella Coppola

  • admin

    Ciao Antonella! Sei sempre carissima! Grazie mille per l’affetto ed il sostegno che mi mostri…
    Ps. Non so quanto sia originale o meno, sicuramente è un modo di esplorare il mondo che ti mette “più in connessione” con la vita delle persone che incontri lungo il viaggio…E ti restituisce tanto.

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