BENESSERE

Fare spazio al nuovo: la pratica del digiuno

In un tempo pieno di possibilità, esperienze, emozioni, stimoli, informazioni, cambiamenti, non c’è mai realmente un momento in cui non ci stiamo cibando di qualcosa.

Siamo sempre sovraccaricati. Sovraeccitati. Perennemente disponibili e reperibili con i nostri smartphone, pubblicità in tutte le salse possibili, tg news last minute nelle metro, dal parucchiere, alla fermata del bus, stiamo lì a scorrere col dito le stories dei nostri amici, delle celebrities, di perfetti sconosciuti a qualunque ora del giorno… Per conoscere in tempo reale le ultime notizie, foto, scoop. Ma perché?

Ci interessa davvero riempirci di tutto questo?!

Abbiamo reale desiderio di essere sempre perennemente aggiornati su tutto e su tutti?

… E questo è un primo punto: il cibo come atteggiamento bulimico della nostra mente.

Roma ed i suoi mille volti.

Una mente che incamera informazioni h24, anche mentre siamo sulla tazza del cesso, anche un secondo prima di andare a dormire, anche un attimo prima che il prete celebra un matrimonio, noi siamo lì inchiodati a fagogitare informazioni dall’esterno.

Spesso passivamente. Spesso con svogliatezza. Ci cibiamo di stimoli – anche leggermente negativi – senza porre la giusta e sacrosanta attenzione a quello che stiamo incamerando. A quello che si annida e poi prende altre forme (pensieri, preoccupazioni, fantasie…).

Senza vigilare su quello che stiamo ingerendo commettiamo errori grossolani. Finiamo col mandare giù un pò di tutto.

Poi ad una certa stiamo male: arrivano le emicranie, le gastriti, c’è qualcuno a cui  manca il respiro, chi sente strane palpitazioni, chi arriva a soffrire di insonnia…Bhè ci sono sintomi per tutti i gusti.

((((poi non sorprendiamoci se con tutte le schifezze di cui ci cibiamo mentalmente – non oso aprire la parentesi nella parentesi sulla dimensione spirituale – impennano di conseguenza, le vendite di ansiolitici, antidepressivi o corsi con questo o quell’altro guru della felicità! Ci manca solo che ce le propinino pure al banco frigo le pillole della felicità!))))

E poi…. Poi c’è un altro punto,  il secondo, non meno importante del primo: il cibo materiale.

Quello oramai diventato oggetto di culto, di trasmissioni televisive, di chef stellati che si inventano “ricette waste” con la buccia delle patate e fanno moda… Vabbè, lungi da me alzarci su delle polemiche.

Vorrei piuttosto che ci lasciassimo provocare da queste riflessioni, che ci prendessimo un tempo tutto nostro per ascoltare quel piccolo, microscopico angolo di stomaco rimasto vuoto.

E starci dentro. Anziccè provare sempre a sfuggirgli. Rimanere.

Anzicchè riempirci continuamente di cose (libri, film, gelati e patatine) per non sentire le nostre emozioni, per non sentire la fame, per non pensare, per colmare qualche vuoto, per sopperire qualche mancanza, per compensare qualche vissuto poco piacevole… Proviamo a fermarci e a stare con quel vuoto.

Proviamo ad ascoltarci veramente. Non fa così paura come sembra.

Quel vuoto può diventare uno spazio amico.

Il weekend scorso, la mia maestra di yoga mi ha proposto di partecipare ad una “tre giorni di digiuno completo”.

Per settantadue ore, per la prima volta nella mia vita, non ho toccato cibo, ma solo acqua.

E’ stata un’esperienza sorprendente. Oltre le mie aspettative. Ero curiosa di vedere come reagivo psicologicamente e fisicamente.

Temevo di avere degli improvvisi attacchi di fame, mal di testa, spossatezza e invece è andato tutto liscio!

Questa proposta di digiunare (assieme ad un gruppo di persone e supervisionati da un medico) è arrivata in un momento in cui sentivo già da tempo di essere piena, di essere gonfia (aldilà dei kg accumulati durante la mia pausa partenopea/natalizia), mi sentivo piena di cose che avevo messo dentro a casaccio.

“Troppa carne a fuoco” questo 2018 (anche se questa metafora non è proprio calzante, visto che è da un pezzo cheho eliminato carne dalla mia dieta). Insomma troppi cambiamenti, troppe nuove esperienze. Il mio corpo implorava una pausa. Una pausa per fare pulizie, ordine, spazio. E quindi quel weekend è arrivato preciso nel momento giusto.

Sono sempre stata una che beve il giusto indispensabile. Temevo che arrivare a bere due litri di acqua al giorno fosse una specie di tortura cinese. E invece tutt’altro. Più bevevo, più mi veniva sete (e non ho smesso più da allora).

Più mi cibavo esclusivamente di acqua e limone, più le mie cellule mi ringraziavano per l’abbondanza di ossigeno che stavo inviando loro.

Digiunare è una delle pratiche terapeutiche di auto-guarigione più antica e più saggia che abbiamo a disposizione (gratis!)

Eppure sono riusciti a farcela temere, a farcela associare ad una privazione, ad un momento di sofferenza.

Assolutamente niente di più distorto dalla realtà dei fatti.

Concedere al mio corpo una pausa dall’assunzione di cibo è’ stata un’esperienza sorprendente.

Scoprire, per esempio, che puoi digiunare per tre giorni di seguito e che non si muore di fame!

Morire di fame“, la nostra paura più atavica. Anche se non ci pensiamo davvero con consapevolezza, c’è una parte di noi che se non mangia sta male o meglio ha paura di star male. “Saltare un pasto, fa male!” “Ma sei pazza che mangi solo un frutto per cena? Vuoi collassare?! Ti servono le proteine!”

Io poi sono cresciuta con una nonna ossessionata dal cibo (per carità i ricordi più belli della mia infanzia sono nei suoi piatti) ed una mamma che ancora oggi, alla bellezza di 35 anni, mi chiede se e cosa ho mangiato oggi. Quindi immaginate il mio rapporto col cibo come è semplice.

Il punto è che le nostre tavole sono sempre troppo imbandite per le nostre reali necessità psicofisiche.

Lasciare qualcosa nel piatto durante l’infanzia era peccato mortale: “Ci sono bambini in africa che muoiono!” e ancora “Sacco vuoto non si regge in piedi!” oppure, “Mangia che devi studiare!” … e potrei continuare ancora, ma mi fermo (aggiungetele voi nei commenti, se vi torna in mente altre cose carine che ci dicevano da piccoli per farci mangiare!).

Voglio arrivare a prendere consapevolezza di quant’automatismo ci sia dietro l’atto di sedersi a tavola e mangiare.

Anche in termini di orari prestabiliti, se ci pensiamo, dove sta scritto che dobbiamo pranzare alle 13 o cenare alle 20?!  (più o meno, quello poi ovviamente varia da nord a sud)… Ma abbiamo veramente fame quando è giunto il momento sociale per apparecchiare?

Digiunare, aldilà dei benefici fisici che apporta, è innanzitutto, una grande opportunità che regaliamo a noi stessi per ascoltarci.

È uno spazio di libertà tutto nostro: possiamo scegliere, ad esempio, come impiegare quel tempo e quelle energie che abbiamo risparmiato, sottraendole alla digestione, ad altro.

Un tempo in cui possiamo anche  decidere semplicemente di essere e di non fare altro.

Noi durante i tre giorni di digiuno in gruppo abbiamo lavorato tanto sul corpo, attraverso la pratica yogica e la meditazione, approfittando di quelle giornate di digiuno per fare un lavoro di pulizia più profondo su di noi, le energie, le emozioni ed i sogni.

Ognuno di noi può scegliere a cosa dedicarsi durante quella pausa. Può anche decidere di dormire per 12 ore di seguito o continuare a svolgere la vita di sempre (non è che si diventa inabili, anzi!).

Ovviamente molto dipende da quello che “salta fuori” quando concediamo al nostro corpo una pausa dall’assunzione (e smaltimento) del cibo.

…E ora vi saluto, vado a farmi una tisana alla malva.

Ps. Ma non scappate, nel prossimo post articolo approfondirò gli effetti – scientificamente dimostrati – che ha sulla nostra salute e come approcciarsi a questa pratica con criterio, senza commettere stupidate…

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