IL VIAGGIO

EcoViaggio-tappa 2: La storia dell’ecovillaggio Fattoria Solidale di Brugine (PD)

EcoViaggio-seconda tappa:

La storia dell’Ecovillaggio Fattoria Solidale Brugine – acccoglienza e condivisione

Marzo 2018

Fattoria Solidale di Brugine è un progetto di co-abitazione di cinque nuclei famigliari del padovano che nel 2012, grazie al gesto di gratuità compiuto da un singolo cittadino, rimettono a nuovo alcune sue proprietà semi- abbandonate con annesso un lenzuolo di terra coltivabile e si trasferiscono a vivere insieme. Da allora hanno aperto le porte anche alla cittadinanza locale, organizzando feste stagionali, cene letterarie e laboratori per bambini, adolescenti e adulti incentrati sul fare esperienza del vivere in una fattoria.

Insieme condividono non solo le spese comuni (cibo, autovetture, utenze, varie), ma un vero e proprio stile di vita fatto di apertura, condivisione e sobrietà. Una parte della foresteria è lasciata a volontari ospitati gratuitamente in cambio di supporto nelle attività della fattoria (ad esempio: cura dell’orto ad uso domestico, piccoli lavori di falegnameria, gestione degli asini). Un’altra abitazione, ancora è lasciata a persone in difficoltà: famiglie o soggetti che vivono criticità momentanee alle quali si offre ospitalità temporanea ed un aiuto reciproco nella convivenza.

La fattoria solidale è un luogo speciale, dove subito ti senti a casa.

Si respira un grande clima di fiducia e rispetto reciproco. Appena accolti ti vengono mostrati tutti gli spazi comuni e quelli propri di ciascuna famiglia. C’è un ascolto profondo delle diversità di ciascuno ed i momenti di condivisione sono scanditi dai pranzi comunitari (una volta a settimana), dalle colazioni fra adulti (tutte le mattine a turno, dopo che i bimbi e alcuni adulti sono andati a scuola o a lavoro, chi resta si riunisce per una seconda pausa caffè). Ognuno contribuisce alle attività della comunità: cucinando, pulendo, sparecchiando. Tutti danno il loro piccolo contributo, figli compresi, che vanno dal più piccolo di 4 anni al più grande di 20 anni (15 in tutto più 2 ragazzini in affido). L’intento iniziale, a mio avviso riuscito benissimo, era quello di ricreare l’atmosfera e le relazioni tipiche delle corti rurali, dove era più difficile sentirsi soli, soprattutto in caso di necessità.

L’auto-aiuto quotidiano della comunità proviene dalla condivisione di tempo e attività: trasporti, manutenzioni, sgomberi, riciclo, attività agricole. Alcuni adulti svolgono attività esterne, come lavoratori dipendenti o autonomi (quasi tutti lavorano nel terzo settore); altri ancora si dedicano interamente al lavoro domestico. Tutte le risorse confluiscono in una cassa comune, da cui ogni famiglia preleva mensilmente, in totale autogestione, il necessario per i propri bisogni (elemento cardine per la fiducia dei membri).

Vivere insieme: un sogno irrealizzabile? Chi sogna da solo è un pazzo che la realtà smentisce. Chi sogna insieme ad altri, presto o tardi, vede che la realtà supera ciò che si era immaginato. E tutto questo sottovoce, cioè nella quotidianità della vita normale.” Bruno Volpi, fondatore della comunità di famiglie di Villapizzone (MI) – da cui hanno preso ispirazione diverse realtà, tra cui la Fattoria Solidale di Brugine.

Stamattina vado a prendere un caffè a casa di Cristina, una delle mamme della Fattoria Solidale e le pongo le domande che sto raccogliendo durante il mio eco-viaggio lungo lo stivale.

 

  • Che facevi prima di intraprendere questa avventura, da dove nasce l’idea della fattoria solidale? Prima di iniziare la convivenza con altre famiglie qui a Brugine, circa sei anni fa, io, mio marito ed i nostri tre figli vivevamo nel nostro appartamento come tante altre famiglie in un classico condominio. Già allora, però, facevamo parte da circa quindici anni di un’associazione di famiglie – un gruppo di condivisione– fatto di più nuclei familiari che sognavano di andare a vivere insieme per realizzare un progetto di comunità dove potessimo condividere tempo, spazi e vita quotidiana. Ci rendevamo conto che una famiglia da sola al giorno d’oggi non può stare in piedi, se non a fatica. O ti fai aiutare da qualcuno (da un parente o dai nonni quando ci sono), ma da soli è veramente molto difficile gestire tutto, casa e lavoro. Più tempo passava e più ci rendevamo conto di quanto quello stile di vita fosse faticoso per noi e quanto non poter crescere direttamente i nostri figli, ma delegarli ad altri, fosse inutile per loro. Pensavo: “Decido io con chi andare a vivere e con chi scelgo di condividere i nostri bisogni”. Volevamo già allora trovare altre famiglie con le nostre stesse esigenze per supportarci a vicenda nella crescita dei figli e nel quotidiano.

    La lavagna dell’Ecovillaggio: oggi è primavera
  • Che cosa ti ha spinto a lasciare quindi la tua vecchia vita e ad intraprendere questo progetto? Ci hanno attratto molto i valori su cui si fonda l’associazione “Mondo di Comunità e famiglia” (comunitaefamiglia.org) di cui facciamo parte, ossia poter vivere con le porta aperte.
  • Questa cosa delle “porte aperte”, ovvero di non chiudersi a chiave in casa, è una cosa straordinaria che ho notato subito arrivando qui: non c’è il concetto di privato, di mio/ tuo, ma c’è tanto una dimensione di “nostro” che si respira molto, non solo tra i piccoli, ma anche tra i grandi. Il concetto di porta aperta è un po’ un cambio di mentalità. Fino alla generazione dei miei nonni questa dimensione era ancora molto forte: si viveva tutti insieme in case enormi. Certo sicuramente c’erano anche delle beghe, essendo tutti parenti, non sempre la convivenza era facile.
  • Era forse all’epoca anche più una condizione necessaria, che una vera e propria scelta come la vostra. Sicuramente c’è da dire anche questo, ma se senti i racconti dei miei nonni, dei mie genitori, erano molto felici di questa cosa, di essere cresciuti insieme al resto della famiglia e in tanti. Questa cosa dello stare insieme, del vivere in una “famiglia aperta”, a noi sembrava molto interessante e volevamo proprio sperimentarla, vedere come avremmo reagito. Sentivamo che rimanere chiusi dentro casa propria era troppo limitante, non ce la sentivamo come nostra quella vita. Era una cosa che andava contro tutto ciò che ci eravamo detti prima di sposarci, ossia il voler avere una famiglia aperta, crescere i nostri figli liberi di muoversi in spazi aperti. Ci siamo invece, ritrovati chiusi nella nostra stessa casa e a ricorrere tutto: il lavoro, la casa, i figli. Mi sembrava che il tempo non bastasse mai e soprattutto di non riuscire a godere di niente.
  • Quali sono stati i primi passi che avete fatto per avviare questa iniziativa e come si caratterizza il vostro stare insieme, oltre al concetto di “porte aperte”? Prima di venire qui mio marito faceva progettazione di mobili, partiva di casa alle sette e mezza e non tornava mai prima delle otto di sera. Quando è nato il nostro primo figlio e tornava a casa la sera, dopo tutto il giorno fuori per lavoro, si rendeva conto che quasi non lo riconosceva. Lui cresceva a vista d’occhio ed i momenti trascorsi insieme a giocare erano sempre molto pochi e tutti limitati al weekend, non bastavano. Un giorno mi disse: “Ma allora che li mettiamo al mondo a fare questi figli, se poi sono altri a crescerli per noi?” Era la stessa cosa che sentivo io. Per cui ci siamo detti qui bisogna fare qualcosa. Così lui ha deciso di lasciare il lavoro a tempo pieno e mettersi in proprio. E’ stato un salto nel buio: avremmo guadagnato di meno, ma eravamo felici perché avremmo ottenuto più tempo per la nostra famiglia e quello non ha prezzo. Il primo passo è stato quindi lasciare il lavoro da dipendente e mettersi in proprio, gestendosi le proprie giornate. Poi sono arrivati altri due figli e abbiamo continuato a credere nel progetto di vita in comune con altre famiglie, cercando un posto dove trasferirsi a vivere in campagna. Quando c’è stata la possibilità di venire ad abitare qui a Brugine, mio marito ha deciso di dedicarsi completamente al lavoro della fattoria solidale, lasciando il lavoro di prima (fonte di guadagno diretta). Lui si sente realizzato così, il fatto di avere uno stipendio o no qui è veramente un optional. Guadagni in qualità della vita.

    Una volta a settimana le famiglie si riuniscono per fare il pane insieme
  • In che termini le famiglie che condividono gli spazi della fattoria solidale possono permettersi questa sorta di decrescita felice? (poter rinunciare a lavorare a tempo pieno, che poi si traduce in consumare meno e spendere meno). Mi parli della “cassa comune”, un altro vostro pilastro dello stare insieme che vi caratterizza? Si, certo: noi condividiamo tutti i guadagni esterni, mettendoli su un conto comune dal quale ogni mese ciascuna famiglia preleva giusto la quota che le serve per soddisfare le proprie necessità come nucleo. Abbiamo anche una cassiera che tiene i conti, facciamo un bilancio, ma di fatto non riusciamo a spiegarci razionalmente come sia possibile che in cinque famiglie con cinque stipendi (perché di fatto lavora a tempo pieno solo un elemento di ciascun nucleo familiare) non solo riusciamo a mantenerci, ma riusciamo anche ad avanzare dei soldi alla fine dell’anno. Alcuni di noi hanno avuto periodi di difficoltà in cui nessuno dei due coniugi prendeva lo stipendio, eppure siamo sempre riusciti a sopravvivere mettendo insieme le nostre forze. Noi sperimentiamo quotidianamente questa sorta di “miracolo di moltiplicazione dei pani e dei pesci”.
  • In che termini vi autosostenete e o risparmiate sui costi, stando insieme? Da qualche anno abbiamo cominciato a fare l’orto che soprattutto nei mesi estivi ci regala frutti e verdure in abbondanza, rendendo quasi completamente inutile andare a fare la spesa. Per il resto le spese di generi alimentari primari vengono fatte insieme (siamo un vero e proprio gruppo di acquisto), quindi sicuramente risparmiamo tanto per un effetto di economia di scala. Per quanto riguarda la mobilità, cerchiamo di fare un uso intelligente delle nostre autovetture. Ognuno di noi non necessariamente si avvale della propria auto, ma sceglie di volta in volta quella del “parco auto” più indicata per sue le esigenze: se deve andare a lavoro prende l’utilitaria, se deve andare a fare una gita fuori porta con tutta la famiglia prende il furgoncino, se deve fare un viaggio lungo usa la macchina a metano e così via. Da quando viviamo qui non abbiamo più dovuto comprarci i vestiti, riceviamo in donazione tante cose di seconda mano, per cui gli acquisti di vestiti (soprattutto per i bambini) sono quasi azzerati, se non limitati allo stretto necessario o all’occasione speciale.
  • Della vita di prima ci sono cose che ti mancano? Mi sembra talmente lontana la vita di prima, che non sento la mancanza di particolari esigenze. Sicuramente è più quello che ho guadagnato, che quello che ho perso. Anche se ci sono dei momenti in cui c’è una gran confusione in casa, ti entrano tutti e tu pensi che vorresti un po’ di privacy, poi di fatto qui se ci rifletto bene, ho guadagnato anche quella. Riesci a gestirti meglio i tuoi momenti di intimità. Se decido che oggi voglio andare a fare una passeggiata da sola ora posso, perché ci sono altre persone che badano ai miei figli quando mi assento.
  • Cosa hai guadagnato da questa scelta di vita? Fare più attenzione alle mie esigenze, a quello che voglio io. Senza dover stare dietro alle esigenze che vengono da fuori, che ti obbligano a fare delle cose, che ti impostano i tuoi tempi.  Qui puoi stabilire tu a cosa vuoi dedicare il tuo tempo. Sei più consapevole di quali sono le tue esigenze, di cosa ti fa stare bene. E se stai bene tu, poi riesci a far star bene anche chi ti circonda. Quindi sei anche più disponibile nei confronti degli altri e ti viene voglia di condividere tutto questo anche con altre persone.
  • A chi non vuole o non può lasciare la vita urbana, il lavoro fisso, cosa ti senti di suggerire per vivere in maniera più sostenibile? Se siete nei dintorni di Milano, andate a fare un giro a Villapizzone dove tutto ciò ha preso vita quaranta anni fà e a cui noi stessi ci siamo ispirati in questo progetto. In realtà di soluzioni abitative in condivisione, come co-housing o condomini solidali oramai ce ne sono tante in Italia: luoghi all’interno del contesto urbano dove più persone condividono spazi in comune. Esiste ad esempio una comunità che ha creato un ostello della gioventù vicino ad un ospedale, trovando questa soluzione lavorativa alternativa come forma di auto-finanziamento.
  • Che cos’è per te la sostenibilità? Riuscire a sprecare meno possibile: ridurre i consumi alle tue reali esigenze di base. Perché ci viene voglia di comprare cinquanta paia di scarpe, se poi di fatto ne usiamo solo uno o due paia? Perché di fatto non abbiamo altro e forse comprare diventa un modo per riempire dei vuoti che abbiamo dentro. Ma è un riempire palliativo, perché genera una soddisfazione precaria. Se tu questi vuoti non li hai, non sei nemmeno portato ad acquistare più cose, a consumare. Io quando entro in un centro commerciale (e avviene veramente raramente) mi chiedo: è questo che abbiamo creato nella società moderna? Con tutte le conoscenze che abbiamo accumulato nei secoli, è questa l’evoluzione cui siamo giunti? Con tutti i modi – gratuiti – che abbiamo di impiegare il nostro tempo libero, perché scegliere di andare al centro commerciale? Ci sono tante altre cose belle che possiamo fare: dedicare per esempio, più tempo alle relazioni importanti. Sono le relazioni e non le cose, quelle che ti danno maggiore soddisfazione a lungo termine, che ti fanno crescere, che ti lasciano qualcosa. Di sicuro avere un vestito in più nell’armadio a me non rende più felice. Io non sto giudicando le persone che decidono di trascorrere il proprio weekend nello shopping center; se questo per loro è importante e veramente si sentono realizzati in questo, bene, ma questa non è la mia vita.

 

  • Tre cose che ognuno di noi può fare per rendere il mondo più sostenibile
  1. Capire lo spirituale che c’è in te. Credo che la nostra parte spirituale debba essere nutrita. Molto spesso, invece, noi facciamo finta che non esista e ci dedichiamo solo alla parte più materiale. Nutrire la parte spirituale significa capire nel quotidiano quali sono le piccole cose che mi rendono felice, che mi nutrono.
  2. Fare una passeggiata fuori. Camminare mi fa stare bene, mi mette in contatto con la natura.
  3. Fare attenzione ai tuoi figli e ai tuoi familiari, non nel senso di dargli da mangiare, ma di stare attento alle loro esigenze, che cosa ti chiedono veramente? Magari vogliono la tua presenza, sentirti più vicino.

Quando ho capito cosa è che mi nutre, bastano veramente delle piccole azioni quotidiane per stare bene. E poi aggiungerei anche una quarta cosa: eliminare tutto quello che secondo te è superfluo nella tua vita e in casa, e lasciare solo le cose che ti servono veramente.

Uova fresche di galline libere e felici

 

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A presto!

AleT

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