IL VIAGGIO

EcoViaggio-tappa 1: la storia di Vittorio Zambaldo e sua moglie Anna- Illasi (VR)

EcoViaggio, prima tappa :

La storia di Vittorio Zambaldo e sua moglie Anna: dalla mole Antonelliana alle vigne della Valpolicella – Illasi (VR)

Marzo 2018

Racconto della storia di Anna e Vittorio e della loro piccola azienda agricola biologica in provincia di Verona dove ho svolto la mia prima tappa dell’eco-viaggio – Sostenibileperme.

In questo articolo riporto la trascrizione dell’intervista fatta a Vittorio un pomeriggio mentre lo accompagnavo in macchina lungo il tragitto per andare a lavoro. Ho provato a sondare un pò quali sono le motivazioni che li hanno spinti a lasciare la vita urbana per quella di campagna e in che termini il loro stile di vita sia sostenibile nei confronti di se stessi e dell’ambiente in cui vivono.

  • Cosa facevi prima di intraprendere questa avventura? Ho cambiato tanti lavori nella mia vita: dall’educatore in una comunità per tossicodipendenti al coordinatore per una casa editrice dedicata al settore dell’infanzia; fino al lavoro di giornalista free lance che ancora tutt’oggi svolgo. Dal 2012, dopo la morte improvvisa di mio fratello che faceva il contadino, portando avanti da solo la campagna dei nostri genitori, io e mia moglie ci siamo ritrovati a fare una scelta, vendere o portare avanti la tradizione di famiglia. Abbiamo optato per la seconda. Una parte dei terreni è data in gestione a terzi ed un’altra l’abbiamo presa in carico per nostro autosostentamento, seguendo una coltivazione di tipo biologico.
  • Che cosa ti ha spinto a trasferirti qui nella campagna veneta con tua moglie e tua figlia (all’epoca adolescente) lasciando la città ed il lavoro che avevate a Torino?  Il ritorno alla terra, alla natura, il valore della lentezza, del silenzio, del confronto con la natura.

    Pane caldo fatto in casa con lievito madre e tanto amore
  • Cosa è cambiato da allora? Ritmi diversi di lavoro e di impegno. Non dare per scontato che il 27 del mese ti arrivi lo stipendio: un anno il raccolto può essere abbondante, un altro anno puoi perdere tutto per una grandine forte, una siccità prolungata o un insetto che ha infettato irrimediabilmente le piante. Troppo freddo, troppo caldo, troppa pioggia possono portarti via tutto. Lavorando con la campagna non hai le stesse sicurezze e le stesse certezze di un lavoro da impiegato.
  • Cosa ti spinge ad andare avanti, nonostante queste criticità? La voglia di provare a fare le cose con le tue mani, di fare e mangiare qualcosa di buono, di sano, di genuino, inquinando il meno possibile, cercando di fare meno danni possibili per l’ambiente.Provare a lasciare un’impronta “piccola piccola” su questa terra, che venga cancellata in fretta. Perché credo che non sia giusto che la terra che abbiamo avuto in regalo dai nostri padri la lasciamo distrutta ai i nostri figli.
  • Cosa significa convertire l’agricoltura tradizionale al metodo biologico? Vuol dire seguire la natura, stare più attenti al ritmo delle stagioni. Non avendo più il supporto chimico che ti dà delle ”garanzie” anche se sbagli, con l’agricoltura biologica devi rispettare il tempo della natura, stare attento al variare delle stagioni, al caldo, al freddo, all’acqua, al gelo, devi insomma, prevenire i mali, invece che curarli.
  • Quali difficoltà hai incontrato all’inizio di questa avventura? Il primo anno sinceramente avevo molta paura perché intanto per me era tutto nuovo, non avevo mai fatto prima di allora il contadino, pensavo ”Adesso mi prenderanno in giro tutti; torna a fare il tuo mestiere invece di fare cose che non sai!”; però poi ho visto che studiando e chiedendo aiuto a persone esperte che mi hanno consigliato e supportato a mettere in pratica il metodo biologico, ossia ”prevenire, piuttosto che curare” siamo riusciti a far bene; le cose si potevano imparare e fare.  É molto importante studiare, chiedere, confrontarsi con gli altri contadini bio, non smettere mai di approfondire, di chiedere il supporto agli esperti di settore. Soprattutto considerare di non essere mai arrivati. Confrontarsi con altri, soprattutto con gli anziani che detengono un sapere incommensurabile. Anche se non sono più considerati dalla società una ”forza lavoro”, lo sono invece tantissimo dal punto di vista delle competenze che hanno acquisito per una vita intera. Se ci pensi, gli anziani sono un’enciclopedia vivente: competenze, esperienze e saperi che altrimenti andrebbero persi. Coinvolgerli come “tutor e supervisori” nei mestieri di un tempo, come quelli legati alla vita contadina, è un modo per valorizzarli, farli sentire ancora utili per la società. E poi vuoi mettere la soddisfazione che si prova ad aver imparato da un anziano? É un onore in qualche modo pensare di poter contribuire nel tuo lavoro a mantenere tradizioni altrimenti andate perdute.
  • Come hai fatto dunque ad avvicinarti alla viticoltura? All’inizio mi son rivolto ad un vecchietto del paese (un settantenne che a sua volta aveva fatto scuola da un novantenne) e gli ho detto: ”Guarda non so fare il vino, l’ho visto fare al mio papà per anni, ma non l’ho mai fatto da solo, tecnicamente non saprei da dove cominciare, quali procedure e tempi impiegare. Mi aiuti in questa cosa?” E lui è stato felicissimo di seguirmi con i lavori della prima vendemmia. Il primo anno sicuramente è stato un anno di sperimentazione, ma, in realtà, con la campagna non si finisce mai di apprendere. Siamo stati molto fortunati anche con i primi raccolti, sia con la raccolta degli ulivi che con le vigne.
    Io, Anna ed un’amica giapponese in gita a Trento

    Il 2012 anno in cui abbiamo iniziato questa avventura ci ha incoraggiati molto a proseguire e anche l’anno successivo è stato complessivamente positivo. Poi il 2014 è stato ”disastroso”: ha piovuto sempre da giugno a settembre, però ormai mi ero fatto le ossa, avevo visto che curando bene le piante, queste reagivano anche alle intemperie, erano insomma più forte, più temprate. Purtroppo con gli ulivi ci abbiamo rimesso. Fino ad allora credevamo erroneamente che fossero piante che non si ammalano mai; in realtà anche loro hanno bisogno di essere seguite e curate in termini di prevenzione. E lì si, ho sbagliato, ma è stata ”colpa” mia, non della natura o degli ulivi, piuttosto una mia mancanza. Bisognava sapere prevenire certe malattie. Ho imparato che vanno fatti gli interventi per tempo, non bisogna rimandare la prevenzione a domani, rischi sia troppo tardi e che la pianta venga colpita da una calamità (insetti, sbalzi di temperatura e precipitazioni). Se sai che la settimana successiva è prevista pioggia devi per tempo fare un trattamento di rame e di zolfo alla vigna. Son cose che si sanno in agricoltura biologica, è difficile sbagliare se sei puntuale ed attento.

  • In che misura producete per voi e in che misura per l’esterno? Noi produciamo esclusivamente per noi. Poi, a volte, avanza anche molto raccolto e allora lo regaliamo ad amici e parenti, conoscenti o chi a viene a trovarci, mentre la parte in più dell’uva la vendiamo ad una cantina sociale che poi si occupa di lavorarla. Purtroppo rispetto al vino in questo territorio si fa ancora molta resistenza a convertire tutto al biologico, si ha paura di perderne il profitto e così finisce che la nostra uva bio venga mischiata nel calderone delle uve trattate. Quanto all’olio di oliva, vendiamo quello in eccesso rispetto al nostro fabbisogno familiare.
  • Cosa non andate più a comprare al supermercato, ma auto-producete? Pane, aceto, dado vegetale, sapone per le mani, ammorbidente per i panni (e forse altro che ora mi sfugge!).
  • Perché, secondo te, le persone decidono di fare wwoofer (ossia offrono lavoro agricolo in cambio di ospitalità)?  Ci sono svariate motivazioni personali e modi di vivere questa esperienza: per alcuni sono vacanze sostenibili ed economiche (penso ai ragazzi dopo la maturità); per altri degli scambi culturali internazionali per imparare la lingua italiana; per alcuni sono occasioni di approfondimento tecnico sulla produzione agricola biologica; c’è poi chi è alla ricerca di se stesso, chi vuole stare a contatto con la natura, chi ha voglia di vivere un esperienza di condivisione.
  • Riesci a coniugare le due vite da giornalista e da contadino? Ancora sì, ma ammetto, con molta fatica. Ogni tanto penso di dedicarmi esclusivamente alla campagna e lasciare il lavoro da giornalista, ma voglio prima finire alcuni progetti che ho in cantiere.
  • Puoi darci un’anticipazione? Vorremmo trasformare la casa dei nonni in un co-housing per anziani dove più nuclei ormai monofamiliari si uniscono per dividere le spese comuni, farsi compagnia e condividere spazi e/o momenti di socialità. Ci stiamo ancora informando dal punto di vista burocratico e al momento non sembra sia molto facile, ci sono tante questioni da affrontare. Vorremmo coinvolgere le persone diversamente rimaste isolate e dargli la possibilità di condividere la propria terza età insieme ad altri e non più da sole. Sarebbe bello aprire le porte anche a famiglie intere e ritornare alla vita comunitaria come lo erano le famiglie di un tempo, dove sotto lo stesso tetto vivevano più generazioni e ci si dava una mano a vicenda. Poi vorrei lasciare uno spazio per offrire alloggio temporaneo a persone in difficoltà, penso agli immigrati o a chi sta attraversando un momento critico della propria vita, per offrirgli ospitalità temporanea.
  • Che cosa è dunque, per te la sostenibilità? La bellezza  ed il rispetto di tutto: il rispetto della terra, degli animali, della storia tua e degli altri. Se sei capace di accettare questo, vuol dire che sei sostenibile.  Non ti metti a sopraffare, accetti che la natura abbia i suoi ritmi, che l’animale abbia le sue esigenze. Ognuno di noi di noi deve rispettare ogni essere vivente, perché il mondo sia più bello, più sostenibile.
  • Tre cose che ognuno di noi, secondo te, potrebbe fare nel suo piccolo per essere più sostenibile? Consumare meno. Vivere con poco. Non essere geloso. Un mondo sostenibile credo sia un mondo fatto di generosità, dove ognuno non guarda all’interesse personale egoistico, ma è felice di dare.
Nelle vigne mentre filo i tralci, una cena in compagnia ed il pane fatto in casa.

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A presto!

AleT

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2 Comments

  • Vittorio

    Grazie Ale per la delicatezza con cui sei entrata in casa nostra come il passo felpato dei nostri mici che il primo giorno ti saltavano sulle ginocchia per farti amica e tu scattavi come una molla per la paura. Poi dopo una settimana ti ho vista seduta a terra alla loro altezza intenta ad accarezzarli e mi hai intenerito. È il simbolo della tua ricerca: timida, un po’ troppo preoccupata di disturbare (ti ricordi che mi davi del lei in auto dalla stazione a casa?) e poi alla fine travolgente con la tua voglia di capire e misurarsi con la nostra realtà di vecchietti che ne hanno passate tante e tante avevano da raccontarti.
    Grazie per la tua intervista. Serve anche a noi prendere coscienza delle cose che facciamo e del loro perché: diamo spesso tutto per scontato invece è utile essere provocati e stimolati per vedere anche con gli occhi del cuore che quello che vediamo con gli occhi della mente è sempre coerente con le scelte che mai sono fatte una volta per sempre, ma ogni giorno chiedono di essere rinnovate. Grazie e buon cammino.

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