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33 metri quadrati di Libertà: vivere in una yurta

33 metri quadrati di Libertà: vivere in una yurta

Oggi vi parlerò di Pietro, un ragazzo di 24 anni conosciuto nel mio viaggio in Veneto, della sua scelta di vita di lasciare gli studi convenzionali, mettersi a lavorare la campagna seguendo un approccio naturale e della sua speciale “casa minimalista” una yurta.

A metà strada tra la Fattoria Solidale dove ho vissuto circa due settimane come wwoofer (vedi l’intervista fatta a Cristina) e la Cooperativa Sociale Agricola Caresà di cui ho conosciuto la straordinaria colonna portante Sara (vedi l’intervista raccolta) trovo Pietro ed il suo piccolo regno: una fantastica YURTA. Pietro è un giovane padovano che finite le superiori decide di non limitarsi alla conoscenza teorica dell’agricoltura tradizionale imparata a scuola e decide di mettersi alla ricerca di realtà agricole che abbraccino una filosofia di coltivazione più naturale, di qui l’incontro con la Fattoria Solidale Brugine (dove vive) e la Cooperativa Sociale Agricola Caresà (dove lavora).

  • Ciao Pietro, mi racconti un po’ la tua storia? Finito il diploma di tecnico agrario a Padova mi sono iscritto all’università, ma mi è bastato poco per capire che l’approccio allo studio dell’agricoltura non mi corrispondeva: la mia visione della natura non coincideva con quella dell’agricoltura tradizionale, dove l’approccio alla terra è molto invasivo. Avevo voglia di fare esperienze pratiche e di sperimentare un metodo di coltivazione che sentissi più mio. Gli anni della scuola tradizionale sono stati molto utili e interessanti, mi hanno aperto al mondo agricolo, facendomi capire che volevo approfondire l’agricoltura naturale. Col tempo, emotivamente sono stato toccato dall’ansia: cominciare a crescere e pensare di stare impiegando in modo poco corretto il mio tempo mi ha spinto a lasciare l’università e a interrogarmi veramente su cosa volessi fare della mia vita. Ho cominciato a frequentare dei corsi di formazione privati in agricoltura biodinamica, sinergica, biologica, cercavo un approccio all’agricoltura che si addicesse alla mia filosofia di vita.
  • Avevi già un orto su cui facevi pratica, come ti sei avvicinato all’agricoltura? Non avevo esperienze dirette di agricoltura, vengo dalla città. Una critica che spesso ricevevo a scuola era proprio questa “Tu credi nell’agricoltura naturale perché vieni dalla città, la tua famiglia non deve tirare avanti seguendo dieci campi e facendo la fame”. Sicuramente posso dire di avere avuto la fortuna di non avvicinarmi all’agricoltura con questa “pressione addosso”, per uno scopo più produttivo diciamo… La mia passione per l’agricoltura viene dopo, prima c’è una profonda attrazione per la natura, che mi ha spinto ad interrogarmi, a studiare e provare a fare agricoltura, quindi per me l’interesse verso l’agricoltura viene sicuramente dopo l’amore per la natura.
  • Cosa ti ha spinto a lasciare la vecchia vita e ad intraprendere questo progetto, come sei arrivato a vivere in una yurta? Arriva un momento in cui senti che tutto quello che hai imparato è teorico, senti la testa piena di informazioni. Ero pieno di conoscenze, ma poi che sapevo fare io con le mani, concretamente? L’attrazione per la praticità e il non limitarsi solo all’aspetto agricolo, mi hanno spinto a fare una scelta che non si limitasse solo al lavoro, ma che inglobasse proprio tutta la mia vita. Sentivo il forte bisogno di andare via di casa, stare da solo e mettermi in gioco, vedere come riuscivo a cavarmela con le sole mie forze. Così ho cominciato a fare delle ricerche per capire come si potesse vivere concretamente a contatto con la natura: la casa in terra cruda, la capanna e infine la yurta. Ho conosciuto per caso l’esistenza delle yurte e la possibilità di viverci dopo un viaggio in Puglia presso l’eco-villaggio “Il Giardino della Gioia”. Arrivato lì ho visto con i miei occhi che era possibile non solo viverci, ma viverci anche bene. Così ritornato a Padova, tutta una serie di “coincidenze” mi hanno portato a trovare lo spazio adatto dove vivere e lavorare. La tenda è proprio un bel vivere, mi sono innamorato. Adesso quando mi capita di passare una notte in un condominio mi mette in difficoltà. Sebbene lo spirito di adattamento non mi manca, farei fatica a rinunciare alla libertà della iurta. La cooperativa Caresà è a soli 5 km dalla Fattoria Solidale di Brugine, dove Pietro è ospite con la sua iurta. Della Fattoria Solidale, racconta Pietro, sono rimasto colpito dalla sua bellezza, un enorme spazio verde lasciato ad esprimere se stesso. Qui non c’è il bisogno di riempire ogni centimetro quadrato che si ha a disposizione di cose o costruzioni. Adesso sono quasi tre anni che vivo in iurta: c’è stata una rivoluzione radicale nel vivere la tenda, i primi mesi devo ammettere che avevo detto a me stesso “Sto qui qualche giorno, ma poi me ne torno a casa nel weekend, tengo duro perché è un po’ spartano” ora dopo tre anni è l’opposto. Non potrei più tornare a casa in appartamento.
  • Cosa deve mettere in conto chi decide di intraprendere un’avventura del genere? Credo che tutto, comprese le criticità stesse che si possono incontrare lavorando a contatto con la natura siano racchiuse in questa affermazione: l’essere umano e la natura hanno ritmi molto diversi e oggi, nel terzo millennio è qualcosa di fortemente accentuato. Quindi spesso e volentieri l’agricoltura si interpone un poco al ciclo naturale, il lavoro che abbiamo appena fatto (prima di fermarci a fare quattro chiacchiere per il mio blog, sorseggiando una tisana, io e Pietro avevamo seminato i pisellini che vedete in foto).
    Semina dei pisellini.

    Primi germogli dei pisellini coltivati da me e Pietro.

Il fatto di smuovere il terreno è una specie di ferita, se ci pensi, la terra starebbe costantemente coperta dal terreno. Anche questa sorta di compromesso tra l’uomo e il terreno è un qualcosa che ha poco equilibrio. Qualora uno volesse approcciarsi all’agricoltura con uno scopo produttivo, deve mettere in conto che ci vuole tempo, ci vuole tanta dedizione, si potenzia e si lavora tanto sulla pazienza che una persona ha. C’è l’estate molto calda in cui stai fuori, ti becchi un casino di sole, ti scotti e poi l’inverno dove devi raccogliere verdura ghiacciata e beccarti tanto freddo e pioggia. Ma ti posso assicurare che è un lavoro dove ci sono delle grandi ricompense: noi buttiamo giù qualche semino sull’aiuola, tra venti giorni torni qui e vedi queste meraviglie di piante che ti salutano con la testina fuori e sei felice! (nella foto a destra trovate i miei pisellini spuntati, quando mi hanno mandato le foto, dire che mi sono commossa è dir poco!).

E poi tagliare una fetta di melone in piena estate e pensare che l’ho coltivato io, è qualcosa che ti riempie piacevolmente.

  • Cosa ti manca del mondo in appartamento e cosa no? Per come è sistemata ora la mia tenda, ti direi istintivamente che mi manca la doccia (devo percorrere quasi 50 metri prima di arrivare alla prima doccia utile che ho a disposizione). Ma nello stesso tempo, se mi chiedi cosa non ti manca del mondo convenzionale è proprio questo: la vicinanza alle cose. Avere le case piene, con dentro tutto, ma veramente tutto, quello non mi manca proprio. Vivere con poche cose, quelle essenziali, tutte messe in una tenda che in due ore posso smontare e caricare in un furgone, aprire la porta di casa e avere il verde fuori, tutto quello che mi serve e mi basta, direi che non mi manca altro, sono apposto così. Di esperienze ne voglio fare ancora nella vita, ma questa è la direzione.
  • A chi non vuole o non può lasciare la vita urbana, ma sente comunque forte il desiderio di vivere in modo più naturale, cosa ti senti di suggerire? Questa risposta a mio avviso credo vada a saziare tutti gli aspetti della vita umana, da quella sociale a quella spirituale e relazionale, e la risposta è molto semplice: occorre avvicinarsi alla terra. Ormai si è visto con gli orti urbani, con la bioedilizia, che anche in una zona urbana ci si può prendere cura della terra e questo è importante. Lavorare alla terra fa bene al globo e a noi stessi: il beneficio per le persone che lavorano agli orti è immenso, e questo lo vedo tutti i giorni con i miei occhi. E mi dà il coraggio e la forza di credere in queste cose. (Pietro partecipa attivamente al progetto di agricoltura sociale Caresà, che dà lavoro a persone svantaggiate).
  • Tre azioni quotidiane che ciascuno di noi può fare nel suo piccolo per rendere la propria vita e il mondo più sostenibile?
  1. L’alimentazione prima di tutto: mangiare bene è fondamentale, per tutto, ma proprio tutto, tutto (noi stessi, l’ambiente, il pianeta). Quando prendi decisioni etiche nel campo del cibo che porti in tavola, stai facendo del bene a tante cose. Che sia del cibo a km zero, che sia biologico, naturale, non serve impuntarsi sull’aspetto bio ciò che conta è che sia fatto bene, con amore, puntare ad avere un alimentazione varia e locale. Tutto quello che ci serve lo abbiamo già qui. Non serve avere la papaia proveniente da chissà quale zona lontana del pianeta, qui da noi ci sono tanti altri frutti locali in alternativa pronti a farci del bene.
  2. Prendersi del tempo per sé: che sia la bicicletta, la passeggiata, mettersi in moto, camminare nel verde, andare nel parchetto sotto casa o in montagna. Dobbiamo riprendere a camminare: tutto quello che poi si incontra nella strada è magico.
  3. L’ascolto: sedersi a tavola e mangiarsi un piatto di risotto agli asparagi, farlo cercando di essere coscienti, di gustare le cose che ci sono nel piatto. Non lasciamo che l’esperienza de cibo diventi qualcosa di passivo, ma cercare di essere sempre ricettivi. Siamo circondati da cose, animali, piante che ci possono insegnare tanto, ma veramente tanto, dobbiamo solo imparare ad ascoltare.

 

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A presto!

AleT

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One Comment

  • Susanna Zuccato

    Ciao Pietro….sono Susy…ti ricordo di me?!? Eri già un grande a 14 anni…sempre profondo mai indiscreto….dotato di una grande umanità. ….e sei diventato ancora più “grande”…..con ammirazione ti saluto

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