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Noi siamo quello che mangiamo e il destino del pianeta è nel nostro piatto

Storia della mia personale scelta nel non mangiare carne (articolo un filo prolisso, vi avviso in tempo, trovate una poltrona comoda).

…Perchè essere vegetariani oggi è molto più che una moda, è un atto di amore verso se stessi ed il futuro del pianeta.

Era il 1994. Facevo la seconda media, ero un po’ grassottella (come tutt’ora, d’altronde, come si dice? Chi nasce tondo, non muore quadrato!), quell’anno mia madre decise di portarmi in un centro olistico, il primo aperto a Napoli, un vero e proprio emporio del biologico, ma non solo: si praticavano parecchie discipline orientali, dallo Shiatsu alla Macrobiotica, dal Tai Chi ai Massaggi Ayurvedici. Qui iniziai una dieta ferrea a base di alghe, legumi e minestroni vari. Rigorosamente priva di carni sia bianche che rosse. Persi la bellezza di 13 kg (che poi negli anni successivi ho ripreso tutti, uno ad uno, con gli interessi, ma questa è un’altra storia). Quella dieta, per quanto un po’ triste e insipida per colori e sapori (oltre che l’eliminazione della carne, la macrobiotica esclude anche l’assunzione di pomodori, peperoni, melanzane e patate – forse le rinunce più faticose) fu comunque un grandissimo toccasana per il mio organismo.

Ricordo che venne fuori un’energia pazzesca: riuscivo a fare mille cose in contemporanea, le papille gustative funzionavano il triplo e anche nello studio ero più sveglia, più veloce, ricordavo le cose più facilmente.

Oggi riconosco che quella era la mia prima forma di disintossicazione dall’uso di prodotti alimentari pieni di pesticidi, antibiotici, zuccheri raffinati, conservanti e chipiunehapiunemetta. Era la prima volta che sperimentavo - all’epoca inconsapevolmente - 
quanto si sta bene quando non facciamo uso di carne animale e/o di cibo non biologico.

Leggerezza, lucidità ed una sensazione di serenità latente sono i ricordi che associo a quel regime alimentare.

Poi, dopo circa un anno di dieta macrobiotica, ricominciai ad introdurre lentamente il cibo nostrano, quello tipico della “dieta mediterranea” cui siamo culturalmente e climaticamente abituati e così via fino al 1998.

Il 98 fu un anno decisivo nella mia vita: iniziai ad approfondire, sotto la spinta di una vocazione “etico-animalista”, come venivano trattati gli animali negli allevamenti intensivi, che lavoro c’è dietro la produzione del cibo a livello industriale, ecc. Il 98 fu un anno di grandi sollecitudini intellettuali e spirituali per me, iniziai anche a praticare Yoga e ad avvicinarmi alla visione olistica dell’Ayurveda.

Oggi riconosco e ringrazio profondamente mio padre (assiduo ricercatore di infinite verità) per i dibattiti, i confronti e le riflessioni cui mi sottoponeva durante le innumerevoli cene e weekends nella casa al mare con amici, guru e studiosi di filosofia, fisica quantistica, campane tibetane e chipiunehapiunemetta (era l’epoca della New Age, ma qui una parentesi tonda non basterebbe, ci vorrebbe una quadra e una graffa o forse meglio un altro articolo!). Sicuramente l’aria che ho respirato in quegli anni a casa di mio padre ha giocato una parte importante nel mio risveglio di coscienza. Ma la coscienza da sola non basta, occorre fare esperienza delle cose, capire sulla pelle cosa ti fa bene e cosa meno (cosa è #sostenibileperte e cosa no).

Insomma, quell’anno ricordo perfettamente che scelsi per la prima volta in totale autonomia e oggi, aggiungo, solitudine di “diventare vegetariana”. Dico, in totale solitudine perché allora quando andavi al ristorante o passavi per l’autogrill ti guardavano straniti se chiedevi gli ingredienti di un panino e la scelta vegetariana era ancora merce rara (oggi siamo all’eccesso opposto, addirittura la philadelphia scrive sulla confezione “adatta ai vegetariani” – no comment).

Dopo circa dieci anni di “rinunce” e lotte etico/filosofiche/nutrizionali sull’uso o meno della carne tra amici, parenti e perfetti sconosciuti – ricordo che a suo tempo, quando saltava fuori che ero vegetariana, partivano subito a raffica obiezioni e domande dall’interlocutore di turno sul livello del ferro nel mio sangue, e poi le proteine da dove le prendi?!

Poi a ventun anni, con la mia trasferta in quel di Milano ricominciai ad introdurre un po’ alla volta la carne. Un po’ per pigrizia, perché non c’era più la mamma che mi preparava piatti vegetariani un po’ fantasiosi, un po’ perché iniziai ad accusare questa mia scelta come una restrizione sulla mia persona quando ero in gruppo.

Sentivo di esser diventata troppo intransigente, pareva che fossi sempre una voce fuori dal coro e non volevo fare la differenza.

Fare la differenza è un atto di responsabilità che non sempre si è pronti ad assumere fino in fondo.

E poi, avevo bisogno di “ammorbidirmi” nei confronti di una cosa che stava prendendo la piega di un limite.

Ho sempre ripudiato gli integralismi, di qualsiasi tipo. E odio le etichette, non mi è mai corrisposta quella della vegetariana (anche perché ho sempre mangiato di tanto in tanto il pesce e/o le uova).

Così a poco a poco divenni più accondiscendente e ricominciai a mangiare carne (ma solo se capitava quando ero fuori casa, se dovevo comprarla da me, non mi veniva proprio la voglia).

Il reparto frigo con la carne, il pollo e tutta quella roba lì mi ha sempre provocato fastidio (per non dire altro).

Insomma oggi rileggendo la mia personale storia con il cibo, riconosco che l’aspetto sociale, così come il mio livello di auto-consapevolezza (leggi= capacità di rispettare i miei reali bisogni) abbia giocato un ruolo importante nelle scelte di consumo alimentare.

Andare al fast-food con quella coppia di amici, perché dai, una volta ogni tanto l’hamburger ci sta! Ma anche no! Oggi – in piena libertà – direi alla me di allora, perché poi a pagarne le conseguenze era il mio stomaco ed il mio intestino: tornata a casa mi aspettava una notte da incubo per indigestione e tre giorni di stipsi.

Oggi ho capito una cosa importante:

più mangi sano, più diventi intollerante al cibo spazzatura.

Più impari a rispettare il tuo ancestrale istinto alimentare e lo ascolti, più, ogni volta che non lo rispetti vai in disequilibrio totale (soffrendo di mille sintomi che non sto ad elencare, ciascuno di noi conosce perfettamente i suoi campanelli di allarme).

Poi il resto della mia storia personale, molti di voi già la conoscono: gennaio 2018, la ribellione completa, altro che smetto di mangiare carne, provo a fare a meno anche del supermercato.

Dopo circa 13 anni di vita mondana milanese ho sentito un bisogno fortissimo di ritornare alla terra, quella vera intendo e al cibo sano, locale, fatto in casa o nell’orto di proprietà.

E così sono partita alla volta di fattorie, aziende agricole, ecovillaggi, per capire in prima persona che lavoro c’è dietro l’agricoltura, cosa significa curarsi un orto per l’autosostentamento, quanta fatica c’è dietro un raccolto 100% biologico (ma questa è un’altra storia e se siete curiosi, trovate le testimonianze raccolte nella sessione Il Viaggio).

Animali felici e da compagnia, altro che da macello…

Oggi più che mai, aldilà delle motivazioni etiche, ambientaliste e spirituali, è diventato sempre più naturale, oserei dire, automatico, cibarmi solo (o comunque prevalentemente!) di cose sane.

Perché? Perché mi voglio più bene e perché mi conosco di più.

A differenza di venti anni fa, oggi essere vegetariani o vegani rientra nella normalità.

Anzi, oggi siamo diventati un vero e proprio target di mercato (nel bene e nel male).

E qui (se avete resistito e state ancora leggendo!) voglio chiedervi di fare una piccola osservazione: nei prossimi giorni provate a farvi un giro in un paio di supermercati con fascia di prezzo diverso e notate la scelta dei prodotti del cliente accanto a voi. Fateci caso, all’aumentare del livello di cultura, informazione e (non necessariamente) di denaro, diminuisce la qualità del prodotto che mettiamo nel carrello. Vince il prezzo, la super-promozione, il colore o il disegno della confezione.

Le persone che si informano di più, che vogliono solo il prodotto di qualità, che vanno alla ricerca dei piccoli produttori locali sono quelle che godono di migliore salute e probabilmente di migliore intelligenza.

Perché signori miei, noi siamo chimica. Noi siamo materia. Se ancora siamo convinti che esista una differenza tra ciò che ingeriamo ed i pensieri che riusciamo ad elaborare grazie alle calorie acquisite, siamo veramente lontani dalla realtà dei fatti.

Noi siamo materia visibile e invisibile: siamo l’insieme delle informazioni, emozioni, amminoacidi, proteine e minerali che quel cibo ci sta portando dentro quando lo assumiamo.

Cibo a partire dal quale il nostro organismo sarà in grado di realizzare nuovi pensieri, nuove emozioni (si spera), nuove azioni, nuovi movimenti, ecc.

Tralasciando il fatto – assolutamente non meno importante – che nel processo della nutrizione 7 volte su 10 c’è anche un telegiornale di sottofondo o la discussione con un familiare o una telefonata di lavoro (ma questa è un’altra storia ancora!).

Dicevo, noi siamo la materia di cui sono fatti i sogni e le pizze che mangiamo.

E in questo la scienza ha completamente fatto fuori ogni tipo di dubbio.

La dicotomia mentecorpo ci serve solo per far “tornare meglio i conti”: darci qualche alibi, non assumerci pienamente la responsabilità della nostra persona. Perché quando il corpo sta male, la mente può sempre prendersela con lui che è cagionevole. E quando la mente va fuori controllo, il corpo può sempre dissociarsene dedicandosi ad un piacere fisico o smollandoci a caso uno dei tanti sintomi con cui deraglia la nostra attenzione.

La verità, signori miei cari, è che noi non solo siamo un tutt’uno mentecorpo, ma siamo anche un tutt’uno col mondo vegetale ed animale che c’è lì fuori. E questo quello che il cambiamento climatico globale e la piccola immensa Greta stanno gridando al mondo. Siamo un tutt’uno. Non esiste separazione.

E fintanto che non la smettiamo con la logica del consumismo sfrenato e ingordo che ci vuole tutti amanti del Big-Chicken, non saremo mai veramente liberi.

Non saremo mai pienamente in armonia con noi stessi ed il creato.

Vi lascio con un articolo fortissimo sul cambiamento climatico in cui mi sono imbattuta oggi e che ha provocato lo slancio di questo lunghissimo articolo sulla mia personale esperienza con l’alimentazione.

Un articolo “Il futuro del cibo” promosso dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, che in maniera chiara e lapidaria ci mostra come:

Il battito di ali di una farfalla in Brasile può causare un tornado in Texas”.

Vi domanderete che c’entra questo col fare a meno della carne nel carrello?

C’entra eccome ed è ora che ne prendiamo pienamente coscienza-e-azione.

Dall’articolo: “Qual è il nesso tra il maiale in agro-dolce servito in un ristorante di Shanghai e un barcone carico di profughi che ondeggia nel Mediterraneo? L’iper-consumo di carne e il modello di produzione a esso correlato possono alterare equilibri già fragili e  causare incalcolabili danni ambientali e sociali: un chilo di maiale mangiato in Cina può deforestare un ettaro di Amazzonia, far aumentare la temperatura del pianeta, portando magari alla desertificazione di una particolare regione in un’altra area del mondo, magari in Africa sub-sahariana”.

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