IL BLOG

Quando il blog diventa terapia- riprendersi il proprio spazio

Sono mesi che rimando questo momento.

E ora forse è tempo di svuotare il sacco.

Di riprendermi questo spazio.

Mi sento così piena, così carica di cose che mi porto addosso da giorni, da settimane, da mesi, che se non le butto fuori in qualche modo mi sotterrano.

E’ difficile. Da dove parto?

Dal senso stesso di questo blog forse, che ha iniziato a vacillare non poco tempo fa. Quando ho iniziato ad allontanarmene volutamente, per ritornare a fare silenzio sulle cose. O almeno credevo. A marzo 2018 aprii questo blog con l’intenzione di condividere il viaggio che stavo per intraprendere, il cambiamento in atto che sentivo iniziava a pervadere ogni campo della mia vita. Sapevo che questo diario sarebbe stato il mio compagno di avventura, sapevo sarebbe diventato un appuntamento fisso salvifico, rassicurante, disciplinante. Ecco l’idea sin da subito che avrei avuto bisogno di una disciplina, di darmi una disciplina, era già evidente dentro di me. Ma la disciplina è dura. E a volte (in bene o in male) cambia forma.

Oggi preferisco il tappetino ad una tastiera del pc per svuotare il sacco, per svelare a me stessa come sto. Ma a volte, per fare pulizia dobbiamo fare chiarezza e per fare chiarezza dobbiamo mettere nero su bianco (o bianco su nero se questa pagina fosse nera, le mie parole tornerebbero luce).

Fare chiarezza.

Proviamoci.

Da bambina, ciclicamente, il mio mantra in casa era “mi scoccio…mi scoccio…mi scoccio”. Sono sempre stata affetta da una noia brutale, inglobante, pervasiva, a tratti quasi autodistruttiva che mi portava a chiudermi in me stessa in silenzio, mettendo il broncio col resto del mondo o ad andare in cerca di attenzioni, facendo le proposte più disparte, facciamo una passeggiata, andiamo al cinema, usciamo. A volte era un sì, altre volte era un ora non si può.

Una sorta di velo di maya questa noia, questa insoddisfazione di fondo, che finiva per ricoprire ogni mio pomeriggio in casa, spesso ahimè, davanti alla tv. Forse anche con un pacco di pan di stelle (presto polverizzati).

Zero sport, zero movimento fisico. Non puoi sudare, ti viene la febbre. Non puoi correre ti viene il mal di schiena. Non puoi andare agli allenamenti di basket, ti porterebbe via troppo tempo per lo studio. Non puoi andare in piscina, ti verrebbe mal di orecchio. Ho vissuto indirettamente lo sport quasi come un male da evitare, una cosa che non fa per me. Tu sei fatta per studiare. Zitta e sgobba sui libri.

Mentre il cibo, i dolci, le pizze, il pane, i carboidrati, quelli no. Quelli non erano proibiti. A quelli non mi è mai stato detto di no. Anzi. Per quanto sia sempre stata in carne, agli occhi di mia nonna ero sempre sciupata. Il cibo è amico, ti fa bene. Sono cresciuta agli occhi delle donne della mia vita sempre come una bambina bisognosa di qualcosa, una mela già sbucciata prima ancora che la chiedessi, una crema pasticcera già pronta prima ancora che la desiderassi, il profumo del panettone alle quattro del pomeriggio perché stai studiando tanto, fermati fai una pausa e mangia qualcosa. E lo mangiavo, sempre, anche se non mi andava. Perché è peccato lasciare. Non hai finito la pasta? Guarda li, che peccato, finiscila! Che fai, lasci proprio l’ultimo boccone? Guarda che stanno bambini che non possono permettersi manco un pezzo di pane e tu lasci questo poco nel piatto? E via col senso di colpa. Pane e senso di colpa. Pane e compiacimento. Pane e passività.

E poi noia, mista a dolce, mista a tristezza, mista a stordimento.

Non mi sono mai potuta avvicinare ai fornelli di casa mia, non c’era spazio, già ne erano in troppe.

Non fa per te, bruci tutto, la cucina non è arte tua. Posso fare qualcosa? No, è già pronto tutto. E dai, posso fare qualcosa anche io? Ah sì, taglia il pane, condisci l’insalata e apparecchia. Ecco quello che potevo fare. Ecco quello che sapevo fare. Questi tre piccoli compiti mi venivano affidati. Ed io li sapevo fare benissimo e mi bastava. Certo voi direte eri servita e riverita e oggi ti lamenti? No per carità, mai e poi mai potrei fare un torto simile al mio passato. Ma ecco, oggi, da grande, nel fare amicizia con la mia solitudine stanno uscendo a galla uno ad uno quei vecchi schemi comportamentali lì che nel tempo hanno generato poi altre cose, altri atteggiamenti, altre conseguenze.

Conosci te stesso. Ecco, sto cercando esattamente di fare questo a partire dal mio stomaco. Sto cercando di imparare a riconoscere con piena onestà il vero segnale di fame. E discernerlo da tutto il resto.

Vi assicuro che non è esattamente una passeggiata. Ritornando a quella tavola imbandita con ogni bene di dio e porzioni giganti, portate per un esercito anche se ne eravamo in quattro, insomma, quando mi sedevo sentivo che mi ero persa qualcosa… E che non volevo tutto quello. Non sapevo cosa volevo esattamente.

Avendo già tutto bello pronto su quella tavola, mi perdevo tutta la preparazione che c’era dietro. Era un po’ come quando fai un lungo viaggio in macchina e ti addormenti e quando ti risvegli sei già arrivato a meta: sveglia siamo arrivati! Ma come siamo arrivati? Si ti sei addormentata. E quel lago? Eh ci siamo passati di sfuggita, ma tu dormivi.

Ecco un po’ questa la sensazione se ripenso alla mia infanzia, alla mia adolescenza, in realtà ai miei primi 21 anni di vita.

Qualcuno che sceglie per me di cosa ho bisogno.

Ed io che mangio, di tutto. Perché è giusto così.

Poi sento una spinta, la voglia di mettermi in gioco, la voglia di provare a fare le cose da sola, anche sbagliando, ma da sola. E così scelgo volutamente (poi il destino ci ha messo il suo zampino, ma l’intenzione era quella) una città agli antipodi di Napoli, che mi costringesse a darmi una mossa, che mi mettesse forzatamente nella condizione di levarmi via da quel tepore domestico (avete presente la sensazione di calore stupendo che provate quando siete davanti a un caminetto e che però dopo poco si trasforma in mal di testa e intorpidimento se non vi levate via subito?!).

Ecco, io e la mia famiglia. E così decido di metterci qualche km di distanza (circa 800) e provare a fare da me.

Provare a bruciare la frittata nella padella senza nessuno che mi dica ecco, lo sapevo che la bruciavi, lascia fare a me, non si fa così, dovevi fare così, guarda.

E poi sperimentare il famoso detto “di necessità virtù” – ritrovarsi affamata di vecchie leccornie e dover imparare a farsele da se per ripristinare quel sapore e riuscirci (sempre con la parmigiana, talvolta con le pizze…Gli impasti ed i forni non sempre sono fedeli alle mie buone intenzioni).

E oggi che sono sola scopro cose nuove su di me (o meglio cose vecchie di cui non mi ero ancora accorta).

Cioè dire che sono sola non è del tutto vero, diciamo che condivido casa con una ragazza ed i suoi due gatti, abbiamo come vicino di pianerottolo suo fratello che spesso è a cena da noi. Ma ecco, resta di fatto che sono sola. O meglio, detto in parole più chiare, sono la sola che bada a me. Sono io che devo badare a me e sempre a me che debbo cucinare e sempre me che invito a pranzo e a cena. Ecco, l’essere sola, nella mia testa coincide con “non debbo cucinare per nessuno, se non per me”. E qui casca l’asino. Per me? Uffa, ma mi scoccio. Che palle, quasi quasi stasera salto la cena o apro il frigo e mangio il solito formaggio spalmabile sui crackers e una mela e ciaone. Mi scoccio di sporcare le pentole. Di lavare i piatti. Tanto che fa? Sono da sola. E invece no. Ricordo ancora le parole di un amico speciale che un giorno mi disse, il giorno che ti farai da mangiare con gioia ed allegria e farai il piatto più buono del mondo, impiegandoci anche ore di preparazione, quel giorno, finalmente ti sarai innamorata di te.

Perché devi sempre aspettare qualcuno prima di cucinare qualcosa di buono? Non puoi farlo per te? Tu non sei nessuno?

E qui arriva il punto. Come è possibile che una persona cresciuta in una famiglia dove il cibo è sempre stato un culto, dove cinque donne su sei della mia famiglia sono delle cuoche mancate, dove tutti i piatti tipici della cucina partenopea li avrò visti cucinare e mangiati centinaia di volte, niente, non abbia appreso niente?

Non mi è rimasto niente (o forse c’è, sepolto nella memoria profonda, ma io non ricordo ancora).

Come se non fosse mai scattata una scintilla tra me e i fornelli (forse è l’ora di aizzare il fuoco!).

Solo quando ecco, ho un ospite a pranzo, allora lì mi attivo. Ma ogni volta è una competizione tra me e me, una prova, un esame, mi sale l’ansia di prestazione. Solo durante la preparazione potrei forse un pochino rilassarmi, se però prima sono riuscita a costruirmi attorno l’atmosfera giusta, tipo musica e vino, allora, sciolgo l’ansia….E diventa anche abbastanza piacevole cucinare, ma ecco, quando poi arrivo al piatto finito, e arriva il momento di servire, ecco che sudo freddo, in un secondo mi pare di aver sbagliato tutto: già lo so, mancherà di sale, è poco cotto, è troppo cotto, è scondito, non sa di niente, non è abbastanza, ne dovevo fare di più.

Poi silenzio. Non mangio, osservo gli altri assaggiare le mie cose. Aspetto buona buona il loro giudizio. Il loro responso. Non voglio complimenti, ma almeno sapere che è commestibile ecco. Perché da sola mi pare di non saperlo riconoscere.

E invece…Invece poi spesso ricevo complimenti, ma non bastano alle mie orecchie, pare che me lo stiano dicendo per non offendermi. Poche sono le volte in cui sono soddisfatta veramente del risultato.

Ma perché sono arrivata a dirvi tutto questo?

Ah sì, il blog. Il senso di questo spazio virtuale, di queste parole scritte per me e poi lanciate nell’etere cosmico del favoloso mondo del word wild web. Il farwest delle informazioni. Il vuoto delle relazioni. Il caos delle prese di posizione. La grande abbuffata del tutto e niente, di una cosa e del contrario di quella cosa.

Ma perché sono arrivata a dirvi tutto questo?

Ah sì, il blog. A che ti serve? Perché continui a tenerlo in vita? Ad alimentarlo? Il senso di questo blog, qual è? A chi interessa leggere le mie memorie? I miei flussi di coscienza? “Perché non scrivi un libro?” è l’assillo costante di mia madre che puntualmente ogni tanto se ne esce con sta frase. Ed io le dico, è chi lo leggerebbe?  E lei mi risponde, lo scrivi per te. Allora io le dico, ma se per me non scrivo più neanche il blog che continuo a pagare, figurati un libro. E poi non so scrivere. E poi annoierei tutti. E poi su cosa dovrei pronunciarmi? Racconta di te. E a chi interesserebbe la mia storia? E’ inutile.

(fallo per te, scrivi)

Eh sì. Perché se vi siete imbattuti su questa pagina è perché da qualche parte nel mondo (con tanto di senso di colpa appiccicato su) c’è un server che lo tiene acceso questo dominio. C’è qualcosa, una struttura, una rete, una barca, un ponteggio, dei filamenti, un burattinaio, una coperta, un tappeto volante, il fantasma del formaggino (oddio ve lo ricordate?! Si forse è lui che tiene su i siti web nell’etere della rete?! Da quando i bimbi non se lo filano e non sanno manco che esisteva. Ah la generazione degli anni 80, quante cose son finite con noi?).

Insomma per tenerlo su c’è il mio conto corrente che ogni anno, in automatico, rinnova l’abbonamento e pago per esserci. Pago per avere visibilità sul web. Ma se non hai mai fatto pubblicità, non sei mai cresciuta con la tua indicizzazione, non hai continuato a mappare le realtà ecosostenibili del territorio…Perchè paghi? Perchè lo tieni in vita? E’ inutile.

Pago mister Aruba che ogni anno mi chiede pure l’aumento, certo mi offre anche tanti servizi aggiunti (certo non ne conosco neanche uno di questi da poterlo sfruttare e non mi cimento neanche nell’impresa titanica di mettermi a capire a cosa servono tutte quelle funzioni, tutti quei plug in etc etc). Pago perchè non ho il coraggio di tagliare questo cordone. E perché sento ancora che in qualche modo – riportarmi ogni volta qui, “costringermi” a riscrivere come mi sento, a che punto del mio viaggio sono, che esperienze sto facendo, mi fa star bene.

Mi tiene in vita. Sarà anche un atto egoico, autorefereziato, di narcisimo informatico, sarà anche poco yogico, ma ecco. Sento che mi serve. A voi sembrerà inutile. A me forse torna ancora comodo (in tutta la sua scomodità).

Poi molti di voi penseranno (giustamente) ma scusa non puoi tranquillamente continuare a scrivere questi tuoi papielli per te? E tenerteli comodamente al calduccio di una cartella qualunque del tuo desktop? Perché devi anche pubblicarli?

E poi, soprattutto, che necessità c’è di sputtanarti così pubblicamente?

Di mettere in piazza i tuoi sentimenti, le tue pippe mentali, i tuoi andirivieni emotivi? La tua storia personale, letta da un perfetto sconosciuto.

La verità?

Sono anni che mi riparo da tutta questa vulnerabilità e oggi ho voglia di non rifuggirla più. E perchè no, di  condividerla.

Ho voglia di lavorarci davvero e la scrittura in questo è catartica. E’ incisiva. E’ un prendere una posizione sulle cose. Anche della durata di una riga, di una frase, di una parola, ma prenderla.

Sono anni che tento di non fuggire alla vulnerabilità e al giudizio. Mio e altrui (ovviamente più mio che altrui, perché la mattina allo specchio mi alzo con la mia faccia davanti e non la vostra che mi guarda).

E questo blog è come se avesse un effetto terapeutico, e poi mi fa compagnia. E’ mio e decido io cosa scrivere. E’ mio e decido io cosa pubblicare, quando e quanto lungo. Taglia questi articoli, sono troppo lunghi, non li leggerà nessuno. Ma io non lo faccio per gli altri. Lo faccio per me. Perché devo limitarmi a stringere i miei articoli (che poi anche lì mica sono un giornalista? E mica sono una scrittrice? Fortunatamente non ho un editore che mi dice cosa e come impostare i miei racconti. Se siete qui e vi va di proseguire bene, procedete con me. Non so dove siamo diretti. Ma qualunque cosa leggerete è vera. E’ scritta con la pancia, di getto. Non la rileggo. La sento tutta.

E se sentite anche voi minimamente qualcosa e vi va di condividerla. Scrivete.

Scrivetela per voi. Scrivetela per me, per chi ci leggerà dopo. Scrivete.

Ecco, direi che per oggi questo fiume di parole può arrestarsi qui.

Mi sento piena. Ho ingerito troppo – scritto troppo – parlato troppo.

E non parlo di cibo, ma di Cose – Emozioni – Cambiamenti – Relazioni.

E ho anche un po’ paura. E un po’ di freddo. Però ecco. Sono contenta che oggi mi sono riappropriata di questo piccolo spazio – tutto mio. E ho capito, sì, ho capito che anche questo piccolo spazio è un modo per prendermi cura di me….

Ciao, vi saluto (ti saluto, chiunque tu sia).

Vado a cucinare!

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