IL VIAGGIO

EcoViaggio – tappa 5: Sicilia, tra grani antichi e la consapevolezza dei mie limiti (PA)

EcoViaggio – quinta tappa:

Sicilia – tra grani antichi e la consapevolezza dei mie limiti (Palermo)

Aprile/Maggio 2018

Mucche sicule al pascolo- Valledolmo (PA)

 

Quando ho deciso di aprire il blog l’idea era quella di raccontare ogni giorno delle esperienze fatte.

Oramai, avrete capito (per chi mi legge dall’inizio – spesso mi trovo a dirlo) che tra le intenzioni ed il fare c’è di mezzo il mare – tra i tempi reali e quelli della scrittura ci passano giornate intere se non settimane, come in questo caso. E così mi ritrovo la sera prima di ripartire per la settima tappa (Puglia, Ostuni) a “dovervi” ancora raccontare che ne è stato di me e della mia quinta tappa sicula. Parecchi amici fanno confusione a capire dove mi trovi in questo momento, io suggerisco di tenere d’occhio le mie pagine Instagram e Facebook aggiornate, sempre, invece, in tempo reale.

Per cui avrete già capito che la sesta tappa sicula, quella di adesso, me la sto ancora godendo (ma prometto di metterne giù le emozioni vissute appena possibile!).

Dicevo, aldilà della frenesia che anche una vita in campagna può comportare (non è sempre bucolica come spesso si crede) c’è un tempo, quello interiore, che ha un orologio tutto suo per metabolizzare le cose e mai come ora sento la necessità di doverlo rispettare. Credo che anche questo vi sarà chiaro, essendo orami un’altra costante di questo diario di viaggio.

Quindi questa pagina di diario di bordo, sarà non solo anacronistica come le altre, ma sarà, più che la descrizione del luogo che mi ha ospitato, il racconto di quello che il luogo che mi ha ospitato mi ha suscitato.

Tenterò di raccontarvi come mi sono sentita alla mia prima tappa “down” del mio eco-viaggio lungo l’Italia.

Ci ho messo un bel po’ di tempo prima di fermarmi a raccontare dei giorni trascorsi tra Valledolmo e Palermo perché sono stati giorni molto impegnativi, con dei picchi di stress (vi assicuro che il traffico palermitano supera di dieci volte quello napoletano, provare per credere!). E poi sono stati giorni dove ho toccato per la prima volta da quando son partita la dimensione del limite, il mio, ovviamente. E quindi raccontarlo a parole non è così immediato.

E’ stata insomma una tappa un po’ “costosa” dal punto di vista fisico ed emotivo, che mi ha messo un po’ alla prova, ecco. Dove l’energia non sempre è stata alle stelle e ho avuto momenti di sconforto.

Non siamo onnipotenti e non sempre le cose vanno come vorremmo. I miei primi dieci giorni in Sicilia sono stati un tour de force di esperienze: dal turbinio della vita palermitana al vento freddo e inaspettato di Valledolmo. Ho allestito e presenziato una kermesse di quattro giornate full time sull’agricoltura, dove ho avuto la possibilità di incontrare da vicino realtà locali e piccoli giovani imprenditori agricoli. E’ stato bello fermarmi a parlare con i ragazzi e sentire le loro storie di vita. Capire quando e perché han sentito il desiderio di fare ritorno alla propria terra e di dedicarsi all’agricoltura. Le difficoltà ed i rischi di chi si cimenta in uno dei mestieri più antichi del mondo. Ho conosciuto la storia di Caterina, una giovane ragazza che ha lasciato la carriera militare per dedicarsi al caseificio di famiglia; quella di Marco, anche lui poco più che trentenne, che ha deciso di dedicarsi alla coltivazione di un fagiolo locale, quasi in via di estinzione, mettendo su da zero una piccola azienda agricola;  o la storia di Calogero, appassionato di grani antichi, che produce farine eccezionali e fa formazione sui processi di lievitazione; o la storia di una coppia di fratelli che han deciso di puntare tutto sull’ape nera sicula, un’ape particolarmente selvaggia che rischia di scomparire, ma il cui miele vanta proprietà ed un gusto unico (ho sbagliato a comprarne un solo vasetto, troppo buono!).

Conoscere questi ragazzi è stata davvero una botta di speranza, la speranza che in fondo, se uno si impegna, riesce. Se uno crede in quello che fa e ci mette tutta la passione che ha, poi i risultati piano piano arrivano. La speranza che riprenderci in mano la nostra terra, i nostri prodotti e puntare sulle ricchezze locali è possibile. Difficile, sacrificante, impegnativo, ma possibile.

Dicevo, sono state giornate impegnative quelle della mia quinta tappa in giro per l’Italia, perché ho un po’ “accusato” il fatto di non essere ferma in un posto e poterlo godere appieno, ho accusato anche il mantenere “ritmi non sempre molto slow” come avevo finora vissuto nelle realtà in cui ho soggiornato in precedenza; e soprattutto ho accusato il dover fare trasferte continue dalla casa di campagna a Fontana Murata, dove i miei host coltivano grani antichi, a Palermo dove stanno riqualificando uno spazio verde abbandonato per farne un orto in città ed un punto di vendita diretta dei propri prodotti.

Ho vissuto a casa di una coppia di palermitani, lui agronomo, formatore, esperto di orti urbani, lei biologa e maestra di scuola elementari. Entrambi la passione per i grani antichi siciliani che sono riusciti a conservare grazie ai possedimenti di famiglia allocati in una zona meravigliosa e lussureggiante dell’entroterra palermitano. Un’immensa e sconfinata vallata di grano, che a tratti mi ricordava l’Irlanda, a tratti la Toscana, per quanto fosse di un verde lussureggiante ed infinito. Parlo di Fontana Murata, una piccola contrada, vicino a Valledolmo, dove la maggior parte degli agricoltori si dedicano appunto al grano, producendo farine che poi daranno vita alla pasta. Addirittura si dice che qui vicino sia nata la prima forma di pasta secondo gli storici culinari. La persona che mi ha ospitato durante il mio soggiorno da wwoofer ha deciso di convertire tutta la sua coltivazione ad un tipo di agricoltura naturale, che lui ama definire agricoltura bioetica, ossia fondata sul rispetto della biodiversità e della tracciabilità dei prodotti.

Le mie giornate? Non c’era un giorno uguale all’altro. Bello sì, per certi versi, ma vi assicuro anche molto stancante per altri. Tanto potevo stare per campi a raccogliere legni vecchi per fare pulizia, tanto potevo stare ore con la pala a fare sacchi di truciolato. Tanto potevo dare una mano in cucina per rifocillare una ciurma di bambini in visita all’azienda agricola, tanto potevo dedicarmi ad impacchettare ed etichettare le farine. Il tutto estremamente fattibile e tollerabile, se solo non mi fossi beccata una brutta lombo sciatalgia la seconda settimana di soggiorno che mi ha messo ko, mandandomi anche un po’ in crisi dal punto di vista psicologico.

Una mattina ricordo di essermi svegliata e non riuscivo a muovermi dal bacino in giù: la mia schiena ha alzato le mani e mi ha detto, baby, scegli o me o questo turbine di cose in cui ti sei lanciata?!

E’ stato doloroso attraversare il limite fisico e non lasciarmi prendere dallo sconforto.

La vita da wwoofer non sempre è facile, non è sempre un “wau che figata!”, sarà la stanchezza accumulata nei primi due mesi di viaggio, saranno i km macinati ogni giorno nel furgoncino che impiegavamo per andare ai campi, sarà che comunque il mio fisico si è ribellato all’ennesimo (ho perso il conto) letto cambiato in questi mesi, fatto sta che c’è stato un momento in cui ho avuto un blocco alla schiena che mi ha fatto star male. Male di a brutto. Per giorni mi sono imbottita di antidolorifici e miorilassanti. Poi quella santa di mia madre mi ha suggerito di comprare una pomata all’arnica (che sponsorizzo da allora, ma qui per ovvie ragioni non posso) che mi ha alleviato parecchio la pena, rendendomi possibile muovermi.

Insomma, mi sono spaventata. Non è stato facile. Ho temuto di non riuscire più a garantire la mia collaborazione, addirittura in certi casi ho temuto per il proseguimento del viaggio stesso. Mi son detta, ma starò facendo la cosa giusta? O forse davvero sono un animale urbano e non sono fatta per questo genere di attività?

Nervosismo, frustrazione e sconforto.

Poi ho capito che dovevo semplicemente rallentare e accettare l’idea di non essere performante come avrei voluto. Fare le cose con più calma, sforzarmi anche di dire no, quando capivo che non avrei retto il carico di quell’attività.

E’ stata una bella palestra. In tutti i sensi. Non c’è punto del mio corpo più sensibile della mia colonna vertebrale ad indicarmi se sono sulla “strada giusta”. La mia schiena, ora che ci penso, è un po’ la mia cartina al tornasole. Quando voglio capire se in un posto, in una situazione ci sto bene o no, basta che la interrogo e lei mi risponde. Se sono sotto stress, lei accumula, accumula e poi cede.

Grani antichi siciliani

Oggi, piano piano, sto imparando a darle più ascolto. A capire che non posso strafare sempre, che non posso dire di sì a tutto ciò che mi viene richiesto o a tutto ciò che io stessa voglio fare, che talvolta il riposo assoluto (ed il silenzio assoluto) per quanto difficili da mettere in pratica, sono le uniche medicine possibili.

Questa tappa è stata di vitale importanza per tutte queste riflessioni che ora condivido qui con voi.

E mi ha permesso anche – sicuramente – di apprezzare trecento volte in più il luogo in cui poi mi sono diretta dopo… E che presto, al prossimo post, vi racconterò!

Stay tuned!

Ale T

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2 Comments

  • Giorgia

    Bhe non sempre le cose vanno per il meglio, ma non per questo bisogna arrendersi. Il nostro corpo è sempre in grado di farci capire quando stiamo accellerando troppo e abbiamo bisogno di riposare (mentalmente e fisicamente). L’importante è ascoltarlo e prenderci cura di noi stessi.

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