Le Realtà EcoSostenibili

RuCasa1130: verso un’economia del dono, Sant’Agata dei Goti (Benevento)

Ricordate di quando qualche weekend fa sono andata a Sant’Agata dei Goti, un incantevole borgo nelle campagne beneventane, ad incontrare Ciro del progetto RuCasa1130?!

Bhè, se ve lo siete persi, no problem!

Oggi vi racconto proprio di lui e della piccola rivoluzione culturale, economica e politica che da circa venti anni porta avanti insieme ad amici e parenti a favore di un’economia sempre più del dono e sempre meno del denaro.

Ma che cos’è l’economia del dono?

Tecnicamente è una forma di scambio economico basata sul valore d’uso degli oggetti e delle azioni, nella pratica, molto di più. Perché nell’atto di donare generiamo inevitabilmente un cambiamento in noi e nell’altro. Donando qualcosa di noi, un bene, un servizio, una competenza, un pensiero, possiamo generare nuove relazioni.

Un’economia, quella del dono, che ancora molti di noi stentano a comprendere e a mettere in atto perché siamo socialmente abituati a dare un valore monetario alle cose, dimenticandoci del loro valore intrinseco e della facoltà che abbiamo – in ogni circostanza – di scegliere di donare senza volere/aspettarci nulla in cambio.

Ciro, del progetto rurale RuCasa1130 nel beneventano è una di quelle persone che ti colpiscono subito per schiettezza, concretezza e semplicità. Ed è una di quelle persone che ogni giorno, nel suo piccolo, prova ad utilizzare più la moneta umana che quella del denaro.

Sono passate circa due settimane dal mio arrivo a Sant’Agata dei Goti e ancora molte le riflessioni che mi accompagnano da quell’incontro.

Ho trascorso una mattinata intera col registratore alla mano a cercare di “catturare” la storia di Ciro e della sua famiglia, mentre Katerina, la sua compagna, infornava un dolce squisito alle mandorle nella loro bellissima cucina a stufa (interamente auto-costruita) ed il piccolo Emiliano mangiucchiava noci calde.

Una storia, quella di Ciro, fatta di associazionismo, consumo critico, autoproduzione e viaggi per il mondo alla ricerca di piccole realtà del commercio equo e solidale da promuovere.

Le vigne della campagna beneventana

Ecco qui di seguito la testimonianza raccolta per un mondo più #sostenibilepernoi.

Ciao Ciro, cosa facevi prima di trasferirti nella campagna beneventana e avviare il progetto RuCasa1130?

Rucasa1130 è il divenire di un percorso iniziato oltre vent’anni fa, quando nel ‘96, insieme ad un gruppo di amici mettemmo su l’associazione GAIA a favore del commercio equo e solidale a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli. L’obiettivo era molto ambizioso: cercare di ampliare la coscienza individuale delle persone, sottolineando quanto siamo collegati gli uni agli altri, per favorire un mondo più consapevole e interconnesso.  Scegliemmo di andare a vivere tutti insieme e la casa divenne il luogo di aggregazione dell’associazione. Facevamo un po’ di tutto in autogestione, dal pane ai saponi e ognuno di noi continuava a fare un lavoro esterno per mantenersi. Poi nel 2007 è nata l’idea di creare due fulcri, uno cittadino ed uno rurale, per evitare di diventare delle isole felici. Volevamo mantenere un confronto costante con il mondo urbano, preservando entrambe le dimensioni esistenziali – la campagna e la città.  La città, se ci pensi, è una forma sociale antica di cui non possiamo fare a meno. E’ inimmaginabile un futuro senza le città. Ciò che possiamo fare è dunque cercare di evitare che si trasformino in città dormitorio ed umanizzarle il più possibile attraverso reti di relazioni solidali. La nostra idea iniziale era scegliere di vivere in parte in città, in parte in campagna, e puntare tutto sull’autoproduzione.

Come era strutturata questa forma di vita comunitaria?

All’inizio ognuno aveva il proprio centro costi e c’era una cassa comune dove confluivano le entrate. Chi guadagnava di più compartecipava di più alle spese. Nella vita comunitaria non acquisisci gradi di libertà, acquisisci forza, ma perdi gradi di libertà perché diventi interdipendente dagli altri. Di norma cresciamo con un’idea di comunità legata al concetto di famiglia dove si sta insieme sulla base di un legame di sangue. Invece, nella dimensione comunitaria consensuale ciò che ti lega è la condivisione degli ideali, non il sangue. Questo può diventare un grosso limite per superare gli ostacoli più difficili. Quando ci sta un legame di sangue alcune cose si sorvolano per accettazione, ci passi su diciamo, senza troppi intoppi, ma quando il legame di sangue non c’è, allora il legame di interdipendenza deve essere ancora più forte.

In una dimensione comunitaria sicuramente sei più forte di quando sei da solo e indubbiamente persegui gli obiettivi più velocemente, però, devi anche mettere in conto che non puoi più prendere decisioni da solo, ma sempre in relazione al gruppo stesso.

Come gestivate l’economia del gruppo?

Si faceva una programmazione annuale per stabilire quale fosse l’effettivo bisogno economico di tutti noi e cercare così di tirare fuori il reddito. Questo era ed è ancora tutt’oggi un punto cruciale delle nostre scelte di vita: non permettere che fosse il reddito a dettare il nostro stile di vita, ma al contrario, stabilire noi di quanti soldi avessimo effettivamente bisogno per soddisfare il nostro stile di vita.

Oggigiorno la maggior parte delle persone, per come è impostata la società, dimensiona invece, i propri bisogni con i redditi che ha a disposizione e questo alla lunga spinge ad entrare in un meccanismo che non capisci neanche più dove ti porta. Lo vuoi tu o la società che sostieni? E’ molto rischioso “perdersi”.

… Capisco perfettamente cosa intendi. E’ quello che ho realizzato circa un anno fa quando mi sono resa conto di portare avanti – quasi meccanicamente –  uno stile di vita che non sentivo più mio, non era più “sostenibileperme”. Ero entrata esattamente nel circolo vizioso che stai descrivendo ora, quello del “più guadagni, più spendi” perdendo così di vista il focus dei miei bisogni reali….

Esattamente questo. Volevamo scardinare proprio quel meccanismo comune che ti porta a far sì che il reddito che possiedi, poi determina anche il tuo stile di vita. Volevamo che sulla base dello stile di vita che sentivamo nostro, ci costruissimo un reddito giusto per sostenerlo. E poi, se vai verso l’autoproduzione ti serve sempre meno denaro.

Come mai il progetto di comunità residenziale non ha proseguito e oggi qui a viverci stabilmente siete rimasti tu e la tua famiglia?

Nella ricerca della casa rurale sono venute fuori le criticità legate agli aspetti relazionali del progetto. A quindici ragazzi scalmanati nessuno voleva affittare nulla. Non venivamo da un mondo rurale e i contadini non ci vedevano come persone affidabili. Il mondo rurale è sempre un po’ molto diffidente rispetto a chi viene dalla città. L’ipotesi di fare un’occupazione fu scartata a priori; comprare non era possibile perché nessuno di noi aveva il denaro sufficiente. L’unica opportunità concreta e possibile era ristrutturare un casolare acquistato dalla mia famiglia di origine qualche anno prima e in cambio poterlo abitare “gratuitamente”. Ma questa occasione provocò l’allontanamento di molte persone dal progetto comunitario: per alcuni l’idea di venire a vivere in una casa vicina alla mia famiglia di origine (che nel frattempo era venuta a vivere qui da qualche anno) venne visto come un rischio per il progetto comunitario; per altri, i lavori di ristrutturazione comportavano un prezzo troppo alto. Occorreva mettere dentro al progetto le proprie energie, che è molto più impegnativo del cacciare denaro dalle proprie tasche (a quello paradossalmente siamo più abituati). Il problema era dedicare tempo in un progetto concreto: qualcuno ha iniziato a capire che l’aspetto bucolico di vivere in campagna non è poi così tanto bucolico come sembra.

Quando e perché hai scelto di aderire alla rete WWOOF Italia? (di cui Ciro è coordinatore per la Regione Campania)

Ci siamo aperti alla rete Wwoof Italia nel 2011. La motivazione più grande era quella di riprendere in mano uno degli obiettivi del progetto comunitario iniziale: creare un centro di propulsione energetico in cui si prospettava l’intervento delle persone anche solo per il tempo di una giornata. Facilitare occasioni di incontro e di scambio culturale qui a casa. Si arriva, ci si conosce e poi si esce fuori. Far sì che questo luogo diventasse una sorta di piccolo mondo da sperimentare, anche solo per qualche giorno. Con l’idea poi di portare con sé altrove quello che si apprende stando qui con noi.

Sorrido e penso: quello che sta accadendo ora insomma, ossia, trascorrere del tempo qui, insieme a voi e una volta fuori provare a raccontare, a “spargere” ciò che si è vissuto. Una sorta di contaminazione culturale.

Quando parlo di economia del dono, intendo dire proprio questo, che puoi stare anche qui con noi dieci anni senza apportare un solo soldo alla comunità, ma quello che ci aspettiamo da te, quello che speriamo accada poi dopo, è che una volta uscito fuori da qui, tu possa portare altrove questa visione del mondo solidale. Questo è il punto cruciale in cui crediamo molto: andare aldilà dello scambio.

Non ci interessa un ritorno immediato, né un ritorno per noi: ciò che conta è che tu possa rimettere in circolo nel mondo ciò che hai “appreso” stando qui. Provare a replicare lo stesso atteggiamento solidale altrove: accoglienza, metodi di condivisione, evitare l’autarchia, non rimanere chiusi su sé stessi, perché nessuno di noi è autonomo al 100% stando solo. Siamo tutti interconnessi.

Come famiglia in che termini siete autosufficienti?

Siamo sufficienti sui prodotti agricoli in parte: abbiamo un orto per noi, un orto che condividiamo con una rete – in parte sotto forma di baratto- in parte di vendita. All’inizio non volevamo dare un valore economico ai prodotti del nostro lavoro (pane, olio, vino, ortaggi). Partivamo dal presupposto che tu potevi anche non vivere qua, non fare il contadino, ma partecipare al nostro progetto comunitario, facendo il professore, il medico, l’avvocato. Noi non siamo per l’appiattimento delle persone, ma per il rispetto della diversità di ciascuno di noi, quello che chiediamo è applicare un concetto umanitario alle tue relazioni.

Farine, zucche, castagne, zafferano e altri prodotti di stagione

All’inizio quindi basavamo tutto sulla libera offerta, poi ci siamo resi conto che questo è possibile quando c’è una forte relazione umanitaria. Ma quando io non ti conosco, come faccio a darti il mio pane? Allora abbiamo dovuto dare un prezzo al pane. Anche perché ci siamo resi conto che le persone non sapevano quantificare i beni. Per la gente l’economia del dono è un problema. Mentre nell’economia dello scambio ancora ancora riescono a starci, nell’economia del dono si fa fatica. Tu dai, dopo di che amen. Tu dai te stesso e basta. Non è che ci deve essere per forza un ritorno e questa cosa per la maggior parte delle persone è sconvolgente. Se tu fai un regalo senza motivo le persone ti guardano storto, pensano subito cosa vuole da me? Una cosa è donare tra pari, ma se non siamo pari nella relazione l’altra persona non riesce a capire per me cosa significa fare il pane, fare l’orto.

Il pane e l’orto, il miele, sono tutti sottoprodotti di una scelta politica economica, culturale, se tu non comprendi il valore che hanno per me, come fai a dare da solo un valore a questi prodotti? Sai solo che sono buoni, ma non sai la storia che c’è dietro, quello che significano per noi. Da lì, l’idea di stabilire noi i prezzi delle cose.  Adesso abbiamo costruito una rete di persone, una sorta di gruppo di acquisto e semplificato il processo, quantizzando i prodotti.

Progetti per il futuro?

Rafforzare le reti sul territorio attraverso incontri, giornate a tema, mercatini. Qui nelle campagne tra Benevento e Caserta negli ultimi decenni si sono trasferite parecchie persone che hanno scelto di lasciare i ritmi urbani delle grandi città. Molti, però hanno finito col rimanere isolati. Noi per i vicini locali rimaniamo pur sempre quelli “strani”, quelli che vengono dalla città e non “appartengono alla campagna”. Per questo vorremo provare a creare situazioni che mettano in comunicazione persone che stanno provando a cambiare stile di vita, che abbracciano insomma i nostri stessi ideali e per provare a capire come unire le forze.

Che cos’è per te la sostenibilità?

Riuscire a provocare meno danni possibili. Misurare sempre l’impronta ecologica delle nostre azioni, a partire dai metodi di coltivazione che adoperiamo in agricoltura. Questo non significa necessariamente convertirsi al biologico puro (non sempre è una scelta sostenibile per l’ambiente). Significa essere consapevoli di come stiamo impiegando le risorse che abbiamo a disposizione.

Ciro mi racconta di come lavora i suoi grani antichi con cui fa pane, taralli, pizze e biscotti squisiti

 

Tre azioni concrete che ciascuno di noi può mettere in atto per un mondo più sostenibile?

  1. Ricordarsi che ogni volta che apri il portafoglio stai compiendo una scelta. Quindi valutare bene cosa stai “alimentando” veramente con le tue scelte di acquisto.
  2. Cercare di sorridere all’altro, perché è una cosa che fa star bene tutti, e che spesso manca.
  3. Cercare di vestire i vestiti dell’altro. Stare in ascolto di quello che ti circonda. Immedesimarti nella persona con cui ti stai relazionando. Spesso noi non ascoltiamo. Crediamo di confrontarci con l’altro, ma non stiamo davvero ascoltando la sua prospettiva, non ci stiamo davvero confrontando con il suo modo di pensare, di vivere. Siamo molto presi da noi stessi. Cerchiamo solo una conferma di quello che stiamo dicendo. E questa cosa limita completamente la nostra crescita. Rimaniamo sempre uguali a noi stessi. Se invece, riusciamo a capire perché l’altro sta facendo quell’azione, siamo in grado di metterci in discussione, siamo capaci di andare alla verifica delle nostre certezze. E’ solo così che entriamo veramente in relazione con gli altri.  Diversamente ce la stiamo raccontando, ma non vi è una crescita reale.

Se questa storia vi ha incuriosito e volete conoscere da vicino Ciro e i suoi prodotti ecosostenibili (farine, pizze, torte, taralli, ortaggi, zafferano, olio, vino…), ecco i mercatini dove incontrarlo in Campania:

  • Primo sabato del mese: Giardino dell’Orco – Lago D’averno, Pozzuoli (NA)
  • Terzo sabato del mese: Ippodromo d’Agnano – Agnano (NA)
  • Tutti i venerdì sera alla Libreria Masone – Benevento
  • Tutte le domeniche mattina al mercato Le Cerase – Villa Giaquinto – Caserta
  • La prima domenica del mese al mercato Slow Food – Bosco Reale (NA)
  • La terza domenica del mese al mercato bio di Portici (NA)

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